Australia, quella sporca dozzina del calcio

Tim Cahill e Mark Viduka sono gli uomini più popolari degli Aussie

Riccardo Signori

nostro inviato a Monaco

Gli americani l’hanno scritto sulle monete, gli australiani molto più semplicemente sulle magliette all’ultima moda. «In Guus we trust». Guus al posto di God. «Noi crediamo in Dio» diventa «Noi crediamo in Guus». Un’idea rubata alle monete Usa, ma Guus e Dio per l’Australia oggi sono una cosa sola. C’è tesoro e tesoro, ognuno si sceglie il suo. Guus è il molto più umano Hiddink. Ma non c’è limite alla provvidenza quando il calcio è nelle mani di questo olandesone di 60 anni che va a birra e Harley Davidson. In Australia tutti pazzi per il football. Ora che c’è l’Italia di mezzo vorrebbero calare in Germania in sessantamila, senza sapere che lo stadio di Kaiserslautern contiene solo 48mila spettatori. Guus e la sua sporca dozzina hanno fatto venire la pelle d’oca. Scrivono i giornali di Sydney: «We’ve got Guusbumps» (appunto: abbiamo la pelle d’oca»).
Si sprecano i giochi di parole, sognare non costa niente. La squadra più cosmopolita del mondiale veste i colori della squadra più famosa del mondo e meno cosmopolita: giallo e verde. Giallo e verde è il colore del calcio felicità. L’Australia lo vive come un’avventura, il Brasile come una dittatura da mantenere. In Brasile ti guarderebbero storto se nella Seleçao giocasse uno che non è dei loro, l’Australia è il più qualificato mappamondo calcistico di questi campionati: leggi i nomi e pensi a Croazia e Italia, Grecia e Francia, Inghilterra e Germania. Il mondo in venti milioni di persone e ventitré giocatori. Nel resto del mondo i naturalizzati sono guardati con un occhio disamorato, salvo non si chiamino Zidane o Ibrahimovic. Qui è un’altra storia. Ragazzi nati a Sydney, Melbourne, Canberra o chissà dove, ma con nonni, bisnonni qualche trisavolo arrivati laggiù a cercar fortuna e civilizzare un paese. Gli australiani ci hanno messo la terra, gli europei hanno costruito, o quasi, una nazione.
Ma col calcio serviva far fortuna all’estero: ed oggi Aloisi e Grella, Bresciano e il gruppo dei croati (Kalac, Viduka, Popovic, Culina, Sterjovski, Skoko) hanno imparato abbastanza per correre da soli. Ventuno giocatori su ventitré giocano in Europa, in gran parte in Inghilterra, eppoi Svizzera, Spagna, Olanda, Germania, Svezia, Italia. Harry Kewell, goleador sfortunato del Liverpool, nel mondo di internet è più famoso di Harry Potter. «Il mio gol vale per tutta la nazione», ha fatto sapere. «Ed ora è fantastico affrontare l’Italia. Giocheremo come sappiamo e senza preoccuparci». La squadra sta ricevendo una media di 50 messaggi al minuto. Mark Viduka, un altro della famiglia croata, continua ad essere l’uomo più popolare degli Aussie, anche se ha sbagliato quel rigore contro l’Uruguay nel barrage che valeva la qualificazione ai mondiali.
Mark Schwarzer, uno che aveva i nonni in Germania, è il portiere che ha trascinato la squadra ai mondiali parando quanto doveva, e poteva, appunto in quella serie finale ai rigori. Ma dopo due papere nelle prime partite in Germania, si è visto la terza dalla panchina. Portiere brutto affare, anche in Australia. Croce e delizia pure per Hiddink che ha messo a repentaglio tutto il suo carisma pescando dalla panca Zeljko Spider Kalac, il giraffone che gioca nel Milan. E Kalac lo ha ripagato con un paio di sfarfallate da colpo al cuore. Storia a lieto fine solo perché Kewell, proprio lui che saltò la finale di Champions con il Milan per un problema fisico, stavolta stava bene e s’è ripagato con il gol che ha tolto a tutti il tormento del cuore. «Avrei voluto sprofondare in mezzo al campo dopo le papere. Mi ha salvato Kewell, gli pagherò due bottiglie di champagne», ha raccontato Kalac. Ma le formazioni di capitan ventura Hiddink sono sorprendenti più che deludenti. Con la Corea del Sud forse fu miracolo con tanto di aiuti alla squadra di casa, con l’Australia ha sfruttato qualità naturali. «Questa squadra può sempre reagire contro tutti e tutto, ha un enorme potenziale mentale, un cuor di leone», dice lui. Hiddink ha compiuto la rivoluzione del nostro calcio, raccontano invece in Australia. «Avevamo giocatori con talento individuale, ma poveri di senso del collettivo, disorganizzati e non ispirati». La mano del ct ha modellato una materia grezza. Conferma Marco Tardelli, che sta seguendo il mondiale qui in Germania. «Gli australiani hanno sempre avuto qualità fisiche ed anche tecniche. Lui è un allenatore che assesta le squadre, le organizza, sfrutta la tattica. Una bella mano».
I piedi di tutti stanno diventando buoni, quelli di Tim Cahill, stella dell’Everton, sono migliori degli altri. Comunque vada la compagnia dei socceros ha già vinto il suo mondiale, il calcio è diventato gioco per uomini e donne. La federazione vuol chiedere i mondiali del 2018. Hiddink se la gode: «Questa è la grande vittoria del football». Intanto lui ha già pianificato il futuro: andrà in Russia ma nel contratto c’è scritto che non sarà libero prima del 10 luglio. La ragione? Semplice: «Ho pianificato tutto in vista di una finale».