Austria, si pente e viene scarcerato lo storico che negava l’Olocausto

La Corte ha accolto il suo ricorso in appello e gli ha condonato due dei tre anni di prigione. Tornerà in Inghilterra

da Berlino

Ora che è stato scarcercerato e potrà tornare in Inghilterra da uomo libero, si vedrà se il pentimento di David Irving, lo storico britannico che negava l’esistenza delle camere a gas e dell’Olocausto, è sincero o strumentale, se davvero ha abiurato le sue tesi secondo le quali i campi di sterminio furono un’invenzione della propaganda ebraica, oppure se la sua abiura è stata soltanto un trucco per uscire di prigione.
Un quesito non da poco in tempi in cui le tesi che negano la Shoa, di cui Irving era il più autorevole sostenitore, vengono adottate come verità ufficiale dai movimenti estremisti islamici e rilanciate alla grande dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per confutare il diritto all’esistenza dello Stato di Israele.
I giudici austriaci hanno concesso a Irving un anticipo di fiducia. Non hanno cancellato la condanna a tre anni di detenzione, inflittagli nel febbraio scorso per aver violato la legge che in Austria (come in Germania e in altri Paesi) vieta di negare o anche di relativizzare i crimini del nazismo. Ma hanno convertito in condizionale due terzi della pena permettendo così la scarcerazione di Irving dopo oltre un anno di detenzione.
I fatti per i quali Irving fu condannato risalgono al 1989, allorché partecipò ad un convegno neonazista in Austria. Il convegno fu interrotto dall’irruzione della polizia, ma prima dell’irruzione lo storico britannico ebbe modo di esporre le sue idee, già illustrate in un suo libro, «Hitler’s war» (La guerra di Hitler), icona dell’estrema destra antisemita. Idee che fanno rabbrividire e fanno a pugni con la verità storica. Le camere a gas, secondo Irving, sarebbero state costruite dopo la fine del Terzo Reich da polacchi ed ebrei. E i deportati morti nei campi di sterminio? Non sarebbero stati più di seicentomila, uccisi non dal gas ma morti per gli stenti durante la lunga prigionia. Quanto a Hitler, Irving nei suoi libri lo definisce il miglior alleato degli ebrei perché è grazie alla sua politica antisemita che è nato lo Stato di Israele.
Quando la polizia fece irruzione per interrompere il convegno neonazista, Irving riuscì a fuggire e a lasciare l’Austria. Ma la giustizia austriaca aprì un procedimento nei suoi confronti, e il suo nome fu incluso nella lista dei ricercati. Sedici anni dopo, nel novembre dell’anno scorso, Irving è tornato in Austria, sempre per un convegno dell’estrema destra neonazista, convinto che quel lontano episodio fosse dimenticato. Ma si sbagliò. Le auto della polizia avevano il suo nome e fu arrestato sull’autostrada tra Salisburgo e Sankt Plöten.
Davanti ai giudici Irving è apparso molto diverso dal personaggio arrogante e spocchioso che finora si è visto nelle sue apparizioni in pubblico. Quasi con umiltà ha detto di aver cambiato opinione negli ultimi tempi in seguito al ritrovamento di documenti negli archivi sovietici che provano in maniera inconfutabile l’esistenza delle camere a gas. E si è detto dispiaciuto per aver sostenuto tanto a lungo tesi in contrasto con la verità. Se anche da libero dirà le stesse cose, sarebbe un duro colpo per i molti che ancora oggi, basandosi proprio sui libri di Irving, cercano di sminuire l’enormità dell’Olocausto. E una consolazione, seppure piccola e tardiva, per i superstiti di quella tragedia.