Aut-aut di Rutelli: "O governano o protestano"

È attrito tra le due anime del centrosinistra: il dibattito su previdenza e Finanziaria resta aperto. Russo Spena: il leader Dl pretende solo la nostra obbedienza. Il vicepremier mette l’ala massimalista della coalizione al bivio. Replica il Pdci: "Vuol far cadere il governo e addossarci la colpa". Veltroni blinda l’accordo sul welfare ma gli autonomi bocciano la riforma

Roma - Due interventi di peso per sostenere il protocollo e reazione di pari forza da parte della sinistra radicale. Prosegue il tormentone estivo del welfare, tra dichiarazioni di guerra e frasi double face, che sembrano chiudere a cambiamenti all’accordo governo-sindacati, ma in realtà non lo fanno. A calare l’asso del Partito democratico ieri è stato Walter Veltroni in persona. Il futuro leader del Pd considera il testo uscito da Palazzo Chigi su pensioni, competitività e lavoro «un punto di equilibrio importante», un «punto di riferimento». E per questo è sicuro che «non debbano essere apportati cambiamenti che minino la struttura e la sostanza» del protocollo.

Un nuovo richiamo in linea con quelli che stanno accompagnando la nascita del Partito democratico. Ma anche una formula che non chiude del tutto la porta alle modifiche sulle quale continuano a puntare i partiti della sinistra radicale. Nemmeno il fatto che nella risoluzione di maggioranza al Documento di programmazione economica e finanziaria ci sia una richiesta esplicita di inserire nella Finanziaria 2008 «gli interventi connessi agli impegni sottoscritti» sul welfare sembra minacciare gli intenti di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi. «Benissimo - ha commentato Maurizio Zipponi del Prc - perché così potremmo fare veramente capire quanto costano le alternative agli scalini». Spazi per modifiche alla riforma del Lavoro varata dal centrodestra ce ne sono, assicura l’esponente del Prc. «Anche perché altrimenti non passa nulla».

Le schermaglie tra Cosa rossa e Partito democratico hanno comunque un valore più politico che di merito. E a piazzare paletti ieri è stato Francesco Rutelli. Sul protocollo il vicepremier non ha escluso cambiamenti pur mantenendo fermo l’impianto generale («Ogni misura può essere meglio definita, ma la sostanza è intoccabile»). Ma ha chiesto ai partiti della sinistra radicale di scegliere: «Vogliono concorrere a governare il Paese oppure preferiscono sventolare le loro bandiere? Quando abbiamo formato l’alleanza di governo abbiano scommesso sulla prima opzione».

Dichiarazioni accolte ancora una volta con un fuoco di sbarramento da parte di Pdci («Rutelli vuole fare cadere il governo e vuole che la responsabilità cada a sinistra») e Prc. Che ha respinto il tentativo di pacificare gli animi di Marina Sereni dei Ds. «Rutelli non solo insiste nel definire nella sostanza intoccabile l’accordo, ma continua a ipotizzare un’alleanza nella quale la guida spetterebbe tutta all’ala moderata e la sinistra dovrebbe limitarsi a obbedire. Su queste basi evitare una fase conflittuale in autunno mi sembra francamente molto difficile», commenta il presidente dei senatori di Rifondazione Giovanni Russo Spena.

In realtà la strada a cambiamenti del pacchetto (che comprende il superamento dello scalone della riforma previdenziale Maroni con gli scalini e le quote, decontribuzione per il lavoro straordinario e sostanziale conferma della legge Biagi) è aperta. E su questo la sinistra radicale punta a sostenere la Cgil nel tentativo di introdurre importanti cambiamenti, almeno sul lavoro. A partire da una definitiva abolizione dello staff leasing.

Ma se il governo riuscirà veramente a trovare una soluzione su questi temi con i partiti della maggioranza, i giochi si complicano con le parti sociali. Ieri il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni ha fatto capire che smontare l’accordo comprometterebbe i rapporti tra le tre confederazioni. Poi, «tutto ciò che è stato inserito nel testo era stato concordato nelle riunioni precedenti», ha assicurato il sindacalista. Circostanza smentita dalla Cgil. Vi sono delle «diversità» rispetto ai testi consegnati «con scelta unilaterale del governo come non più emendabili», ha protestato il segretario confederale Fulvio Fammoni.

Il governo non può nemmeno dire di avere convinto i datori. Ieri, dopo Confartigianato, anche Confcommercio ha annunciato il no al protocollo. Intanto prosegue l’iter del decreto legge sul cosiddetto tesoretto. Oggi l’ultima battaglia nell’aula del Senato. Ed è scontato che il governo ponga la fiducia.