Auto all’Ara Pacis? Il vero catorcio è a Venezia

<em>Repubblica</em> stigmatizza il caso delle vetture accanto al monumento ma
in Laguna accade di peggio e nessuno fiata. E ora il sovrintendente
Sgarbi annuncia la rimozione dell’&quot;opera d’arte&quot; parcheggiata davanti a
Palazzo Grassi

La Repubblica collabora con il Comune di Roma. Una delle sue firme più autorevoli, Francesco Merlo, scrive un articolo indignato, anche se parzialmente inesatto e concettualmente discutibile, per denunciare uno scandalo: «L’Ara Pacis diventa un palco per le auto». L’attacco al sindaco è diretto: «C’è soltanto l’insipienza estetica del sindaco di Roma coniugata con la furbizia imprenditoriale di un allegro neocostruttore d’auto. Il risultato è l’esibizione - gratis - dentro l’Ara Pacis di due modelli di una stessa utilitaria». La fotografia della provocazione è irritante, gli argomenti di Merlo implacabili. Ma si scopre che l’assessore alla Cultura Croppi non era informato e non aveva autorizzato. E, con lui, si può credere anche il sindaco. L’idea è del tecnico, non del politico, del sovraintendente Umberto Broccoli, il quale puntualizza che l’impresa non è stata gratuita, ma ha fruttato ai musei, in crescenti disagi finanziari, 80mila euro per tre giorni.

La questione dunque cambia perché è lo stesso Merlo ad invocare: «Certo se avessero imposto almeno un ticket per l’uso privato del museo, ora staremmo a discutere se è giusto o sbagliato affittare i monumenti a fini commerciali». Allo stato Merlo non aveva valutato quest’argomento ironizzando sulla «gratuita esposizione pubblicitaria... voluta dal Comune “per amore della cultura”». La contraddizione è lì. Ma Alemanno non cerca il dialogo, non vuole mostrarsi illuminato, accusa il colpo, accetta l’ipse dixit di Merlo e ordina di portar via le due automobili. Magnifica prova della moral suasion di un grande giornalista e dell’efficacia del quarto potere, non solo quello televisivo.

Tutti soddisfatti, dunque? E Merlo in particolare, che ritorna sull’argomento compiaciuto e vittorioso? Mica tanto, giacché da alcuni mesi, a Venezia, sul Canal Grande, davanti a uno dei più importanti edifici del Settecento, giace, esposta, un’automobile mezza ammaccata. È probabile che rispecchi l’idea di un artista, ma è propriamente l’equivalente un po’ più vissuto delle automobili all’Ara Pacis. Nessuno ha fiatato, nessun Merlo si è scandalizzato. Gli amici di Pinault, proprietario di Palazzo Grassi, avranno sicuramente scritto commenti positivi o neutrali. Nessuno ha protestato. Comune e sovraintendenza avranno collaborato. I giornalisti di Repubblica avranno registrato la circostanza e probabilmente partecipato a cocktail e cene. Ma la sostanza non cambia. Con molta ironia Francesco Giro, sottosegretario ai Beni culturali, ricorda che io definii la teca dell’Ara Pacis dell’architetto americano Richard Meier una specie di garage multipiano, annunciandone l’uso coerente deprecato con poca ironia e molto moralismo da Merlo. Ma a Venezia è peggio.

Un’automobile sul Canal Grande è una bestemmia estetica e logica. Una provocazione riuscita? No. Ma, diranno i sostenitori dell’arte contemporanea: è l’opera di un artista d’avanguardia, per una volontaria contraddizione, nello spirito dei futuristi. E perché la città lo capisse bene la «sosta vietata» è durata mesi. In realtà l’argomentazione relativa alla creatività e alle circostanze di eccezionale significato provocatorio, non ha fondamento nel tentativo di stabilire un’aura di immunità artistica rispetto al gesto di volgarità insolente e commerciale denunciato da Merlo. Si tratta di due cose diverse per chi invoca l’impunità dell’azione estetica. Potrebbe essere vero se Merlo avesse valutato le circostanze e stabilito una comparazione tra le due analoghe situazioni. Ma io sono certo che Merlo (che non è la Aspesi) ignora la vicenda veneziana.

Così come ignora, ed è più grave, il contraltare estetico della vicenda romana. Le due automobili esposte nello spazio dell’Ara Pacis, sono infatti, due (forse modesti) prototipi di un grande «artista» italiano: Giorgetto Giugiaro, il designer - ammiratissimo nel mondo - della Dany, l’utilitaria dello scandalo. Che non è quindi un mero prodotto industriale e commerciale. Non si può quindi dire, come fa la mia amica Giulia Maria Crespi, presidente onorario del Fai, e come conviene il sindaco Alemanno, che l’accostamento all’Ara Pacis sia «uno scempio diseducativo»: «L’idea di mettere delle auto davanti a quel gioiello di scultura mi inorridisce». Si tratta, se mai, di due diverse concezioni estetiche, ovunque conviventi, a Roma soprattutto dove le automobili «di strada» non di pregiato design, sostano in prossimità della Colonna Traiana o girano intorno al Colosseo. È una realtà a cui a Roma siamo abituati, se non forzati in una contaminazione inevitabile.

Ma a Venezia no! Venezia è salva, lo sa bene Giulia Maria Crespi, perché non vi hanno accesso le automobili. È salva perché ne è preservata l’aura nell’impossibilità della circolazione automobilistica, nel ritmo antico del camminare e dell’andare per acqua. Vero è che è stata stuprata in alcuni punti, anche vicino a San Marco, da orridi pontili per i vaporetti concepiti da sadici progettisti di Mestre. Ma, ovunque, in particolare nell’area dell’Accademia, di Ca’ Rezzonico, di Palazzo Grassi, il tempo è fermo e non vi è l’insulto di una contemporaneità forzata come quella delle automobili in tutti gli altri centri storici.

Particolarmente insolente e insensata è dunque la provocazione di monsieur Pinault con la sua collezione anche sul campo a San Samuele. Uno scempio. Ed è vero che l’arte contemporanea, da Marcel Duchamp, ha introdotto elementi dissacratori provenienti dalla quotidianità (un orinatoio, una porta usata), spesso paragonabili a rifiuti. Ma è altrettanto vero, che non si può nel nome di un grande artista provocatore legittimare tutte le provocazioni. Ho pensato dunque di ascoltare anch’io Merlo e di non farmi scavalcare, nel rispetto dell’armonia e del decoro urbano, da Alemanno. Come sovraintendente ai Beni artistici di Venezia domani ordinerò di togliere l’automobile da Campo San Samuele per le stesse ragioni per cui si è restituita dignità all’Ara Pacis. L’armonia di Venezia lo chiede. L’automobile usata, Pinault la può esporre a casa sua.