Auto, in bilico l’accordo Fiat-Nanjing

Dagli alleati nessun segnale di svolta Il Lingotto pronto a ripensare le strategie

da Milano

«In Cina ci vogliamo muovere a una certa velocità e il nostro partner deve seguire questi ritmi. È necessaria una convergenza di idee sul ritmo di sviluppo nel Paese. Per quanto mi riguarda sto accelerando ancora». Dall’affermazione di Sergio Marchionne, raccolta recentemente dal Giornale, appare chiaro di come l’amministratore delegato della Fiat non sia soddisfatto dei risultati della joint-venture con Nanjing. I piani del top manager, presentati agli analisti lo scorso novembre, prevedono che nel 2010 la Fiat venda in Cina 300mila vetture a fronte di investimenti per 500 milioni di euro. Allo stato attuale, però, per la casa torinese il mercato è ancora piuttosto limitato (circa 20mila unità l’anno). La Fiat sta ancora pagando gli errori strategici e le valutazioni sbagliate del passato. Una prima brusca sterzata è arrivata lo scorso ottobre con il «taglio» di alcuni manager e la nomina al vertice di Fiat Auto Cina dell’inglese Andrew Humberstone allo scopo di dare un impulso alla produttività della joint venture con Nanjing. Un secondo forte segnale potrebbe arrivare nelle prossime settimane, magari in concomitanza con il Salone di Shanghai che aprirà il 18 aprile. Non è nelle caratteristiche di Marchionne concedere seconde possibilità a chi gli lavora vicino, ecco perché in molti si aspettano importanti novità sul fronte degli accordi con Nanjing.
Ai cinesi viene rimproverato di nicchiare sugli investimenti previsti, in particolare sulla rete commerciale e il marketing. Paradossalmente la situazione appare diversa sul fronte dei veicoli commerciali dove la società Naveco, costituita da Nanjing e Iveco, sembra invece avere buone prospettive. La stessa Nanjing, del resto, in questi giorni è nel mezzo della bufera in quanto, dopo lunghe trattative, ha annunciato di non avere i fondi necessari per avviare la produzione dei nuovi modelli Mg Rover.
Una «distrazione», quella di lanciarsi nell’avventura di far tornare sul mercato i marchi britannici, che a Torino non sarebbe piaciuta anche per il dispendio di risorse economiche da parte degli alleati. «Nanjing - spiega una fonte finanziaria - è priva di capacità nella ricerca e nello sviluppo. Da questa compagnia la Fiat non ha ricevuto le spinte necessarie a livello commerciale. E poi, contrariamente a Chery, l’altro partner del Lingotto, non vanta lo stesso “peso” politico nel Paese. Non è una situazione facile quella della Fiat in Cina dove, in presenza di una sovraccapacità produttiva, ora il mercato è più selettivo e a emergere saranno i costruttori locali e stranieri già ben radicati nel territorio. Tra questi, in cima alla lista, metterei Gm e Volkswagen, subito dopo Honda. In seconda battuta tutti gli altri con la Fiat in una posizione sicuramente non ottimale. La verità è che in Cina la corsa è finita. Per la casa di Torino, che si è data obiettivi ambiziosi, sono necessari nuovi prodotti e soprattutto partner all’altezza». Resta da vedere se Marchionne intende dare ancora fiducia a Nanjing oppure se la nuova strategia prevede il rafforzamento dell’asse con Chery e Saic.
«La musica deve cambiare anche qui - aveva annunciato in ottobre Humberstone - perché solo con un deciso cambio di mentalità e di approccio al mercato possiamo raggiungere le 300mila unità nel 2010». Le parole, però, non sembrano bastare.