Auto, ecco le grandi malate d’Europa

«Il settore automobilistico dovrà prepararsi a una traversata nel deserto a causa della crisi finanziaria». Il grande vecchio Ferdinand Piëch, presidente del consiglio di sorveglianza della Volkswagen, non è solito usare i mezzi termini. E la sua dichiarazione, rilasciata nei giorni scorsi al tabloid Bild, è in realtà un drammatico avvertimento: i più forti, resisteranno, mentre i più deboli sono destinati a soccombere. Il panorama delle quattro ruote, insomma, potrebbe uscire dal tunnel profondamente cambiato, per esempio nel numero degli attori (si profilano acquisizioni o addirittura addii, come del resto è avvenuto non tanto tempo fa per alcuni marchi) e nelle strategie (il taglio dei costi impone nuove scelte produttive e di mercato).
Tutti, indistintamente, soffrono. Anche i costruttori, come Toyota, che fino ad alcuni mesi sembravano invulnerabili. A far tremare poi i mercati è la possibilità, non così remota, che un colosso come General Motors finisca a gambe all’aria: le casse sono prosciugate quasi al livello minimo possibile di liquidità e il gruppo guidato da Rick Wagoner è chiamato a fronteggiare l’impensabile prospettiva di una bancarotta. In America, come in Europa, le case automobilistiche chiedono ai rispettivi governi un sostanzioso aiuto finanziario per poter rimettersi in carreggiata. Negli Usa il neopresidente Barack Obama sembra favorevole a una consistente iniezione di fondi per risollevare il settore, visti i rischi di fallimento di Gm (ma anche Ford e Chrysler annaspano) e le successive drammatiche conseguenze sull’occupazione. Anche in Europa si parla di aiuti, dopo l’accorata richiesta dell’Acea, attraverso l’ad della Fiat, Sergio Marchionne, di finanziamenti per 40 miliardi. Ma finora alle aperture della Commissione Ue non è seguito alcun fatto concreto.
Intanto proprio ieri anche Volvo, controllata da Ford, ha lanciato il suo Sos. In pratica la richiesta al governo svedese di un sostegno finanziario da ottenere prima della prossima estate. A ottobre la casa di Göteborg aveva triplicato i tagli dei posti di lavoro a 6mila (25% del totale), motivando la decisione con il «rapido deterioramento» del mercato dell’auto. Ma tagli produttivi ed esuberi riguardano tutti i Paesi in cui sono presenti gruppi automobilistici: cassa integrazione in Francia per Renault, che tra l’altro ha annunciato quasi 5mila esuberi; in casa Peugeot Citroën è stato lanciato l’allarme profitti (Psa dovrà inoltre ridurre la produzione nel quarto trimestre e le vendite mondiali 2008 saranno inferiori del 3,5% rispetto al bilancio di un anno fa). Non meglio va in Germania dopo i cali delle vendite denunciati, a ottobre, da Bmw (al secondo profit warning dell’anno) e Daimler (chiusura per un mese del grande stabilimento di Sindelfingen e utili trimestrali sotto le attese). E poi c’è Volkswagen - vera isola felice - che a differenza della maggior parte degli altri costruttori, non ha rivisto al ribasso le stime per l’intero esercizio, annunciando anzi di aspettarsi un miglioramento consistente degli utili.
E Fiat? L’ad Marchionne sta alla finestra. Obiettivi confermati per il 2008, ma sarà il 2009 il vero banco di prova della solidità del gruppo industriale torinese.