Auto, l’Europa va all’assalto del Giappone

Giusto un anno fa, in piena crisi economica mondiale e un mese prima del blitz su Chrysler, Sergio Marchionne delineava per il settore automobilistico il seguente scenario: per fare soldi bisogna produrre almeno 5,5-6 milioni di veicoli l’anno; è quindi necessario fare delle aggregazioni; al termine di questo ciclo di crisi, tra 24 mesi, resteranno i seguenti protagonisti indipendenti: un costruttore americano, uno tedesco, uno europeo-giapponese con una significativa estensione negli Stati Uniti, uno giapponese, uno cinese e un altro potenziale europeo; per i «Wal-Mart» del mondo dell’auto sarà richiesto un nuovo modello di business, ben diverso da quello attuale, dove l’indipendenza non è più sostenibile; visti i livelli degli investimenti richiesti per lanciare nuovi modelli, non è pensabile che tutti gli attuali protagonisti del settore conservino la loro indipendenza.
Tutte affermazioni che, un anno dopo, cominciano a trovare in parte riscontro: il settore si sta muovendo. Ha cominciato proprio Fiat con il colpo su Chrysler, un’acquisizione a zero dollari per Torino sulla base di sinergie e sviluppo di motorizzazioni ecologiche per il mercato Usa, e ora, dopo una lunga pausa che ha visto fallire la nascita del polo russo-tedesco-canadese con Magna-Opel-Sberbank, ecco muoversi Psa Peugeot Citroën e il colosso Volkswagen. E se all’inizio dell’anno, Marchionne ha sfruttato la pesantissima crisi del mercato dell’auto Usa e della situazione in generale al di là dell’Atlantico per far propria la più piccola delle Big Three, in questo momento si sta ripetendo la stessa cosa, ma dalla parte opposta del mondo, in Giappone. Il Paese del Sol levante ha la febbre alta: Tokio è alle prese con pressioni deflazionistiche, uno yen che continua a essere forte e a danneggiare l’export, e una disoccupazione che, sia pure in calo, resta oltre il 5%. A ciò si aggiunge una crescita del Pil rivista pesantemente al ribasso. Ecco allora le corazzate Psa, prima, e Volkswagen, subito dopo, puntare sul Giappone e tendere la mano a due costruttori del Sol levante, rispettivamente Mitsubishi e Suzuki, fino a poco tempo fa nelle galassie Daimler (ai tedeschi è rimasto solo il controllo dei Veicoli commerciali della società nipponica che, tra l’altro, sono motorizzati da Fiat) e General Motors.
L’Europa, a tutti gli effetti, dà l’assalto al Giappone, approfittando della situazione di debolezza del Paese. Psa e Mitsubishi (Parigi dovrebbe crescere fino al 50%) sono già alleate: nella fabbrica olandese dei giapponesi nasce il Suv che viene personalizzato dai tre marchi. I francesi, poi, avrebbero modo di sfruttare le sofisticate tecnologie legate all’auto elettrica messe a punto da Mitsubishi.
Il colosso di Wolfsburg, numero tre al mondo, con l’acquisto del 19,9% di Suzuki rilancia invece le ambizioni di leadership globale (insieme i due gruppi, guardando i dati 2008, si porrebbero a poche centinaia di migliaia di unità da Toyota, primo produttore mondiale, che verrebbe però superato alla luce delle immatricolazioni 2009). In più Volkswagen sfrutterà la forte presenza di Suzuki nei Paesi asiatici, in India soprattutto, con il marchio Maruti, ma anche in Cina. E proprio Suzuki, in futuro, potrebbe servire ai tedeschi per produrre veicoli di piccola taglia. Sia Psa sia Volkswagen hanno davanti l’esempio di Renault, la cui alleanza con Nissan, maturata nel 1999, continua a funzionare.
E Fiat come reagirà, visti anche gli accordi industriali in corso con Suzuki? (in Ungheria la casa giapponese produce i Suv Sedici e Sx4). Partiamo da Suzuki, il contratto di fornitura giapponese accompagnerà il ciclo di vita dei due modelli. Successivamente, Fiat potrebbe gestire in proprio con Chrysler lo sviluppo del Suv futuro. Gli italiani, comunque, sono ben posizionati in India grazie all’alleanza con Tata (produzione di tre modelli e di motori). L’India, per Fiat, sarà sempre più hub per i Paesi dell’area, Sud Africa incluso dove è iniziata l’esportazione della Linea. E poi c’è la Cina dove, grazie all’accordo con Ghuangzou, nel 2011 saranno prodotte 300mila vetture italiane. Lo stesso Paese potrebbe aprirsi anche a Chrysler, la cui joint venture cinese è in dirittura d’arrivo. Nessun progetto, invece, sul Giappone dove il gruppo di Torino esporta Fiat 500, Panda e Grande Punto, nonché le gamme Abarth e Alfa Romeo (7-8mila unità in tutto).