Autobiografia della FRANCIA

Un Paese che non c’è più, quello raccontato dai romanzi di George Simenon, si trasforma in un libro fotografico con gli scatti di Ronis, Cartier-Bresson, Doisneau. Uno struggente «come eravamo» dove le parole dello scrittore fanno da didascalia alle immagini

nostro inviato a Parigi
Eccola qui, la Francia di Maigret: banconi di zinco, banchine di fiumi e di porti, sciabolate di luce e selciati lucidi di pioggia, interni di cortili, angoli di strade strette in salita e in discesa, spiagge assolate del Midi, calanchi rocciosi dell’Atlantico, volti ossuti di operai, corpi obesi di commercianti, occhi dilatati dal pastis e dal calvados, scolari con la cartella e la baguette, prostitute bistrate davanti alla porta di un albergo... Negli anni in cui Simenon si imbeve del Paese e poi lo racconta con la medesima, golosa curiosità con cui fruga nell’animo umano e sotto le gonne delle donne, un pugno di fotografi più o meno suoi coetanei percorre a grandi passi gli stessi luoghi e concorre a disegnare una geografia fisica che è anche e soprattutto l’autobiografia di una nazione.
Nato nel 1903, lo scrittore è poco più che ventenne quando comincia la sua esplorazione letteraria. Henry Cartier-Bresson è di cinque anni più giovane, Brassaï di quattro anni più vecchio, Willy Ronis è del 1910, Robert Doisneau del 1912 e per tutti la Francia fra le due guerre è, appunto, questa cosa qui, un mondo che il Novecento non ha ancora rovesciato come un guanto, rurale e preindustriale, in bilico fra un passato che non passa e un futuro di cui nessuno conosce la forza devastatrice. Riletto e/o rivisto oggi è nostalgia, tanto più commovente perché, all’improvviso, può capitare di respirarne ancora l’odore, può capitare di coglierne, ancora per un istante, un bagliore...
Così, La France de Maigret vue par le mâitres de la photographie du XX siècle (Omnibus, pagg. 215, euro 38,50) è qualcosa di più di un semplice, per quanto splendido, libro illustrato dove i testi del suo più prolifico e più tradotto scrittore fanno da perfette didascalie alle immagini di alcuni mostri sacri dello scatto. È una sorta di «come eravamo» struggente e malinconico perché rimanda a un’età sentimentale più che a un’epoca, a una sorta di adolescenza della modernità, quando tutto è ancora in fieri, esiste ma è come cristallizzato, l’alba che si pensa eterna di un’umanità che si crede unica.
Georges Simenon scrive il suo primo Maigret nel 1929 e lungo l’arco di settanta romanzi gli costruisce intorno un’identità che sta a quella della Francia come l’abito fatto da un bravo quanto umilmente orgoglioso sarto di provincia. Lo battezza Jules, anno di nascita il 1887, luogo, un paesino vicino a Moulins, figlio di un amministratore e quindi qualcosa di più di un contadino, qualcosa di meno di un borghese. Viene da qui la sua allergia per i notabili e per i grandi commercianti delle piccole città, il loro decoro murato fra le quattro mura di costruzioni solide e un po’ soffocanti, il moralismo spesso sordido dietro al quale la violenza può esplodere da un momento all’altro. Avrebbe voluto fare medicina, Jules, ha fatto il liceo a Nantes, presso una zia, si è ritrovato poliziotto un po’ per caso e un po’ per mancanza di mezzi, in uniforme prima, poi funzionario, infine capo della Criminelle...
La sua Parigi è la stessa del suo creatore, la gare du Nord dove quest’ultimo è arrivato a 19 anni, la collina di Montmartre, i dintorni di place des Vosges e del boulevard Richard Lenoir, fra Bastille e République, dove il primo avrà il suo domicilio, al numero 132. E poi, gli argini della Senna, dal ponte Saint-Michel sino a Bercy, il pavé delle sue strade, le sedie in moleskine rosso delle sue brasseries, i tavoli di marmo... Molti piccoli bar, molti menu scritti sulla lavagna con il gesso, molti hôtel equivoci e meschini dove la miseria ha un odore tutto suo, molto alcol... Bambino, il futuro commissario ha visto morire la madre per colpa di un medico ubriacone e così il bere è un po’ una nemesi e a suo modo un antidoto: fine à l’eau, vin de pays, calvados, certo, e la birra fresca e spumosa che un ragazzo della brasserie Dauphine porta al suo ufficio del quai des Orfèvres.
A Maigret piacciono i luoghi pieni di gente e di cose, gli artigiani del Marais, i negozi di rue des Dames o della rue Lepic, i mercati con il loro trionfo di ortaggi, di pesce e di carne. È a disagio nei bei quartieri della Rive droite, li trova freddi, pieni di nevrosi, lo mettono di malumore, lo rendono impacciato, non sa bene come muoversi... È il retaggio, rovesciato, dei gusti del suo creatore, di quando, come ogni provinciale baciato dal successo e dal denaro, ha voluto il suo tavolo prenotato al Fouquet’s e da Maxime’s, sugli Champs Elisées, ha preso casa a Neuilly, ha esibito le grosse cilindrate, ha brindato con Josephine Baker e poi ci è andato a letto, ha incrociato il bel mondo, si è sentito come loro, ma oscuramente ha sempre avvertito che non ne faceva parte, ne rimaneva comunque all’esterno, un parvenu, uno scrittore popolare, sì, ma da edicola ferroviaria e non da Académie française...
Con i primi soldi Simenon si fa la barca, ma non è uno yacht. Si chiama Ginette, poi, un’altra, Ostrogoth. Ci va lungo i canali e risalendo o discendendo i fiumi con la moglie, Régine, la donna di servizio-amante, Boule, il cane, Olaf. Ci va anche con Maigret a cui quel mondo fatto di balere ai bordi della Senna, della Loira e della Marna, dove si danza in canottiera al suono della fisarmonica, piace. E gli piacciono le bettole affollate di un’umanità fatta di poco, di un’umanità fatta di niente, marinai, guardiani di chiuse, operai, artigiani, artisti di cabaret, sartine, impiegati, sguatteri... Accarezzano la vita, hanno appetiti, capricci, si attardano davanti l’aperitivo, fanno l’amore con voracità...
Di provincia in provincia, la Francia si svela davanti a Maigret e al suo creatore. Le spiagge fra Dieppe e La Rochelle, le paludi della Vandea, i porti della Normandia... Dappertutto è la medesima atmosfera, voluttuosa e insieme intossicante. Dappertutto le finestre si chiudono davanti all’opacità del mistero. Spesso piove, piogge leggere, piogge tristi, piogge insidiose che provocano reumatismi e torcicolli... Ecco una luce tremolante, la porta di un bar che si apre, un bancone, poche parole scambiate, il sapore di un’aringa, il grido dei gabbiani... Dappertutto è la medesima drammaturgia che si ripete, perché l’uomo reagisce alle fatalità allo stesso modo, incassa e poi, d’improvviso, uno scatto, una lama, un colpo, un corpo che cade....
Solo sulla Costa azzurra Maigret va in bambola e Simenon con lui... Se quest’ultimo è un uomo del Nord, di notti e di nebbie, l’altro è di campagna, conosce le semine e i raccolti. Di fronte al sole, ai colori, l’azzurro del cielo, il rosso delle rocce, il giallo delle mimose, il nero dei cipressi, il verde-acqua del mare, di fronte al vin rosé, le bocce, le cicale, la bouillabaisse è come ritrovarsi in un paradiso che ti prende e ti porta con sé... Non vorresti più pensare, vorresti solo lasciarti andare, sai che è rischioso, ma ti manca quasi la forza di reagire a petto di quella «curva armoniosa della spiaggia che aveva qualcosa di femminile, quasi di voluttuoso» (Le vacanze di Maigret)... Ci vuole un grande senso del dovere: Maigret ce l’ha, non per niente è un grande poliziotto. Simenon ce l’ha: non per niente è un grande scrittore. Ma la tentazione è forte, molto forte...
In Maigret esita, ecco gli uomini soli a un tavolino di bistrò, «lo sguardo perduto nel vuoto o fisso su una pagina di giornale, tutti con in comune quella patina particolare che è frutto di una vita umile e monotona». In Maigret e il cliente del sabato, ecco la folla di Montmartre che si muove come se fosse giorno di mercato in provincia, «e si sarebbe detto che come in un paese esistesse fra loro un’aria di famiglia». In La chiusa numero uno, ecco questa Parigi «fatta di felicità infantile. Certi oggetti, certe persone, le bottiglie di latte davanti alle porte, la lattaia in grembiule bianco, il camion di ritorno dalle Halles con il suo strascico di ultime foglie di cavolo, altrettanti simboli di quiete e di gioia di vivere». In Maigret in affitto, il rumore di un taxi «ha l’aria di insultare il silenzio»...
Come una spugna, Simenon si imbeve di tutto: «Ogni strada era differente, aveva la sua personalità, e più si riempiva, più mi sentivo super-eccitato. Avevo bisogno delle strade con le sue vecchiette, i suoi vecchi solitari, le comari dalla voce forte, le portinerie dove regnava un odore di cucina a fuoco lento. Nel mio linguaggio personale, “andavo a caccia”. A caccia di umano. A caccia di vita». E ancora: «Il tempo di una passeggiata di un quarto d’ora, era passato davanti a un ospedale, una prigione, un asilo, una scuola di infermieri, una chiesa e una caserma dei pompieri. Non era come il riassunto dell’esistenza? Non mancava che il cimitero, del resto non lontano».
Ottanta pagine al giorno, settanta parole al minuto, 103 inchieste del Commissario, 431 romanzi, una dozzina di pseudonimi... Simenon attraversa il Novecento senza accorgersi del surrealismo, del marxismo, dell’esistenzialismo, ignora Kafka, non legge Joyce, gli è estraneo Céline. All’impegno di Malraux o di Drieu contrappone un anarchismo antistorico. Il suo è un universo senza morale, dove il vizio e il delitto sono considerati senza stupore, frutti della natura umana. Siamo tutti criminali in potenza, in fondo, che cerchiamo di uscire dalla mediocrità attraverso un atto di violenza o di amore, una forma di crimine anche questo, e che ha bisogno di un complice, comincia con un’idea fissa, crea disordine, provoca delle crisi e dei gemiti, termina con la irrimediabile separazione dei corpi... Resta nei suoi libri questo specchio della Francia, l’armonia del paesaggio, la sua diversità, il sontuoso decoro dei suo abitanti. Non ride mai Maigret, e forse è felice così. Quanto a Simenon, ci vorrebbe un’inchiesta, con tanto di interrogatorio, lì, al primo piano del quai des Orfèvres...