Automobili, arriva l’invasione dei cloni cinesi

La Fiat Panda diventa la «city car» Peri. La Matiz spiazzata dalla quasi identica QQ. Stessa sorte per diversi Suv e fuoristrada

All’improvviso, con il boom della loro economia, i cinesi hanno scoperto l’auto come mezzo di trasporto individuale: la vogliono a tutti i costi e passano a essa direttamente dalla bici o dal risciò. In dieci anni il mercato interno è decollato e, con circa 4 milioni di vetture prodotte e vendute, a fine 2006 dovrebbe risultare già il terzo o quarto per importanza al mondo. Con la prospettiva di diventare il primo in breve tempo. I costruttori locali hanno fretta, puntano a espandersi innanzitutto a casa loro, ma hanno già cominciato a saggiare il terreno oltreconfine, affidandosi a piccoli importatori come la lombarda Eurasia che poche settimane fa ha avviato la commercializzazione nel nostro Paese di un suv, l’Hover prodotto dalla Great Wall. Costruire auto, però, non è un mestiere in cui ci si possa improvvisare. Per bruciare le tappe e ridurre rapidamente il gap nei confronti dei grandi produttori mondiali, i cinesi hanno scelto dunque la via più semplice: copiare. Che è poi la cosa che sanno fare meglio.
Sotto i riflettori, negli ultimi giorni, è finita di nuovo la Great Wall, fortemente indiziata di clonazione per le impressionanti somiglianze fra la Peri, una citycar presentata a fine novembre al Salone di Pechino, e la Fiat Panda. La casa torinese ha reagito, facendo sapere che «sta valutando la possibilità di un’azione legale, ma ancora non è stata presa alcuna decisione». Sollecitato sull’argomento, il presidente Luca di Montezemolo se l’è cavata con parole di apprezzamento nei confronti dei cinesi: «Vuol dire che hanno buon gusto, se copiano la Panda e non le sue rivali». Quanto a Great Wall, la replica della casa cinese suona come una mezza smentita e una mezza ammissione: «Sì, la coda della Peri può ricordare quella della Panda, ma il resto è completamente diverso. E poi si tratta solo di un prototipo, il modello definitivo debutterà la prossima primavera in Cina, per arrivare a fine 2007 anche in Italia». Insomma, c’è ancora tempo per cambiare il posteriore della vettura. Ma non è detto che ciò accada, perché i costruttori cinesi godono di un grande vantaggio.
Andare per vie legali nel Paese del Drago è come avventurarsi nell’Inferno di Dante: “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Alla difficoltà di far valere la proprietà intellettuale si aggiunge quella dei tempi della giustizia cinese, persino più lunghi di quella italiana. Ne sa qualcosa un gigante come General Motors. Stava per commercializzare a Pechino la citycar coreana (ex Daewoo e ora Chevrolet) Matiz, quando la cinese Chery ha messo sul mercato la pressoché identica QQ. GM ha fatto causa, un po’ anche a se stessa visto che detiene il 20% della holding che controlla Chery, e non è venuta a capo di nulla. Stessa sorte è toccata alla Honda, che non è riuscita a vincere la battaglia legale per la clonazione della C-RV prima serie. Eppure, basta un occhiata alla Laibao S-RV per rendersi conto che si tratta di una replica in ogni dettaglio di carrozzeria e persino nel nome, che in cinese suona nello stesso modo.
Non scherzano neppure il fuoristrada Troy e il pick up Victory, versioni rivedute e corrette con il marchio Gonow di due vecchi modelli Isuzu. Li espone in questi giorni al Motor Show di Bologna l’importatore italiano DR insieme con due varianti (a tre e a cinque porte) di un Suv che ricorda molto ma molto da vicino la penultima generazione della Toyota Rav4. A proposito di Toyota: i cinesi della Geely, un’azienda con grandi ambizioni che ha già fatto capolino in Europa all’ultimo Salone di Francoforte, le hanno copiato pure il logo. E pure loro l’hanno fatta franca. All’ombra della grande Muraglia, dunque, il campo è libero per ogni tipo di imitazioni. E nessuno può sentirsi al sicuro.