Autopubblicarsi? Per ora è un sogno

Senza voler rilanciare la provocatoria idea di Michel Foucault - «Per un anno tutti i libri siano pubblicati senza il nome dell’autore, di modo che critici e lettori si confrontino davvero con i contenuti e non con le mode» - sarebbe comunque interessante vedere che succederebbe se un autore affermato decidesse di scommettere innanzitutto su ciò che scrive, e soltanto dopo sul suo nome, o meglio sul suo «brand», e sull’editore che lo sostiene e che spesso lo «gonfia». Funzionerebbe lo stesso il leggendario passaparola, per esempio? E se l’e-book conquisterà sempre più quote di mercato, trasformando l’e-reader in un supporto comune, perché un autore famoso non dovrebbe vendersi dal proprio blog, incassando pure la lauta percentuale dell’editore?
L’idea è un po’ pazza, ma ci è venuta leggendo della «carriera» di Lisa Genova, scrittrice statunitense appena uscita per Piemme con Perdersi (pagg. 294, euro 16,5). Questo romanzo Lisa Genova se l'era inizialmente pubblicato a proprie spese «senza nessun dubbio e nessun rimorso. Ero convintissima della mia scelta». Tanto che, caricata la tiratura nel bagagliaio dell’auto, l’autrice è andata in giro a vendersela in proprio, fino a quando un giornalista non ne ha acquistato una copia e ne ha scritto una recensione entusiasta. Il resto è american dream realizzato: Simon & Schuster non ne ha rilevato i diritti, il libro è ora un best seller. E se Lisa Genova non avesse incontrato quel giornalista? E in Italia, sarebbe stato possibile tutto ciò? Perché, anziché prendere di mira le dinamiche «troppo commerciali» delle nostre case editrici medio-grosse, i nostri scrittori non si fanno imprenditori di se stessi, un po’ come i cineasti indipendenti? Non sarebbe più allegra e rischiosa, la letteratura? Oltretutto, autopubblicarsi non è più difficile come qualche anno fa: le tecnologie hanno fatto passi da gigante.
«Ammetto di averci pensato - ci racconta Andrea De Carlo, in uscita il 6 ottobre con Leielui (Bompiani) - e credo che sia un’idea comune a molti scrittori: una produzione in proprio, più ecologica, umanista, artigiana. Può darsi sia una strada probabile, se continuerà la tendenza delle case editrici a diventare grandi conglomerate in cui l’aspetto personale viene messo sempre più spesso in secondo piano. E dipende da cosa succederà con gli e-book, che potrebbero significare il passaggio a un rapporto molto diretto tra autore e lettore, oppure la fine della possibilità di vivere scrivendo libri. Autoprodursi, tuttavia, comporta doversi occupare di questioni come stampa, distribuzione, vendita: non è detto che uno scrittore vi sia ferrato. Il vantaggio è il controllo diretto di ogni particolare che riguarda il libro. Devo dire che nel mio caso mi occupo da anni delle copertine dei miei romanzi. Per Leielui ho curato interamente anche la grafica. Perfino la carta è certificata FSC, secondo i principi della campagna “Scrittori per le foreste” lanciata da Greenpeace».
«La domanda “Ma perché non ti pubblichi?” - ci dice Giuseppe Genna, autore Mondadori tra i più venduti e attivissimo in Rete - porta alla luce parecchi problemi legati all’editoria e, più in generale, alla cultura contemporanea. Io mi sono autopubblicato due volte: con Medium, su Lulu.com, e poi in occasione di un mio intervento al festival Officina Italia, per cui feci preparare da un tipografo, a mie spese, una parte del mio Hitler che la Mondadori voleva espungere perché non era “allineata all’idea di vendita di massa”. Ne ricavai un libriccino di 40 pagine che misi sulle sedie del pubblico, un’ora prima di iniziare a parlare. Fu un successo. Occorre dirlo, però: attualmente se ti autoproduci non vai da nessuna parte. È accaduto a uno dei grandi capolavori degli ultimi decenni, La messa dell’uomo disarmato di Luisito Bianchi, che circolava in edizione autofinanziata. Non lo conosceva nessuno, prima che Sironi lo pubblicasse. Questo perché il nostro è un mercato in fase finale, con fenomeni di gigantismo paraculturale che asfissiano il resto. Siamo in pieno transito da una civiltà tipografica a un’altra tipografico-digitale. Qui cambierà tutto da quando renderanno disponibile l’ebook per Saviano. Non conviene autoprodursi prima».
Ma c’è anche chi, come Michele Mari, ha ragioni personali, prima ancora che social-culturali, per non autopubblicarsi: «Rimarrei inedito a vita - ci racconta l’autore del recente Rosso Floyd (Einaudi). La prospettiva di autoprodurmi mi sgomenterebbe: non ho mai messo in discussione per un secondo della mia vita la necessità di un editore. Non ho lo spirito donchisciottesco di Lisa Genova. E poi ho un rapporto quasi inesistente con internet, ebook, nuove tecnologie promozionali: sono persino restio a dare testi per la Rete, quando me li chiedono. Mi sembra di gettarli nel vuoto. Piuttosto che autoprodurmi, preferirei radunare quattro amici una sera a casa mia e leggergli il mio libro. E poi il sistema metabolizza tutto, pure quegli autori che vorrebbero star fuori dalle logiche mercantili delle grandi case editrici. Vale lo stesso per la musica: ne parlo in Rosso Floyd. In fondo il mito di Syd Barrett è legato a una specie di verginità rispetto al mercato».
Gianrico Carofiglio, invece, è uno degli autori più venduti e celebri degli ultimi anni. Il suo Non esiste saggezza (Rizzoli) è stato onnipresente su tutti i mass media. «L’idea di autopubblicarsi è interessante perché permette di giocare sul serio con la libertà del passaparola. Ad ogni modo, io non ci ho mai pensato: mi mette allegria riconoscere gli editori e al contrario mi fanno un po’ tristezza i libri senza editore. Salvo interessanti eccezioni, il binomio autore-editore è ciò che identifica ancora l’oggetto libro. Autopubblicarsi è una scommessa pericolosa: la distribuzione, la visibilità su giornali e in Tv, l’esposizione nelle librerie… chi garantirebbe tutto questo? L’essere pubblicato da un vero grande editore mi dà la piacevole sensazione di fare parte di qualcosa di collettivo e importante. E se penso a quegli scrittori che a un certo punto scelgono il low profile editoriale “per conservare la propria voce”, passando dall’anonimato alla fama e dalla fama all’anonimato, credo che il loro sia un fenomeno simile al downshifting, da indagare con i mezzi della sociologia e della psicologia».
Insomma, dal punto di vista degli scrittori gli editori tradizionali, meglio se grandi, godono di ottima salute. Quanto al mettersi alla prova, forse non è ancora ora: ci sono le bollette da pagare.