Tra gli autori la «Passione» di Scimeca

Michele Anselmi

da Roma

Diciamo la verità: Pasquale Scimeca avrebbe preferito che il suo La Passione di Giosuè l’ebreo comparisse nel programma ufficiale della Mostra. Marco Müller, invece, non l’ha preso. Restava in ballo Locarno, ma il regista siciliano, scottato per Gli indesiderabili, non conservava un buon ricordo di quel festival. Così il film, ispirato alla tragica storia dell’ebreo Giosuè, cacciato coi suoi fratelli dalla Spagna cattolica della regina Isabella e infine crocifisso come predicatore blasfemo nella Sicilia del 1492, figura tra le prime mondiali delle Giornate degli autori, altrimenti dette Venice Days. Magari gli porterà fortuna. Trattasi di rassegna autogestita, ma inglobata nella Mostra al pari della Settimana della critica, che viene promossa da Anac e Api, storiche associazioni degli autori, sul modello della francese Quinzaine des réalisateurs. L’anno scorso, per l’esordio, ci fu un po’ di maretta a causa dell’aristocratica dissociazione di Nanni Moretti. Quest’anno il clima sembra più tranquillo. Anche perché, in ossequio al politically correct, i dieci titoli scelti dal delegato Giorgio Gosetti si muovono attorno ai seguenti spunti: «Le culture di scambio e quelle in transito, il tema della memoria e quello della diversità culturale, il senso delle radici e il significato delle lingue, la rabbia sociale e la politica dei grandi ideali». Una scelta, spiegano gli organizzatori, non eseguita a tavolino, ma scaturita sul campo dalla visione dei film: come il franco-georgiano Tzameti di Géla Babluani, l’iraniano-statunitense Man pusch cart di Ramin Bahrani, il franco-palestinese Attente di Rashid Masharawi, il belga-marocchino Parabola di Karim Ouelhaj.
Insomma, avete capito il tono. Anche se il menù delle Giornate, tra special screenings, eventi speciali d’apertura e di chiusura, concerti folk di Teresa De Sio, drink in villa e omaggi vari a Petri e Lattuada, si arricchisce di altri sei film, incluso quel Before it had a name che sancisce il sodalizio tra la cineasta pescarese Giada Colagrande e l’attore newyorkese Willem Dafoe, oggi sposi. Nel presentare gli incontri veneziani (1-10 settembre), Emidio Greco ha posto l’accento sulla «situazione parecchio depressa» nella quale si ritrova il cinema italiano d’autore, invocando «una vera e propria rivoluzione». «Bisogna resistere, alla fine ne usciremo fuori», ha aggiunto con aria soavemente battagliera. Mentre il comunista Citto Maselli, più esplicito, ha accusato il governo «di aver lavorato per spegnere il cinema italiano con un cinismo e un’arroganza che non dimenticheremo». Siamo tutti avvertiti.