Autoscattodentrol'opera Tutti #selfati nei musei

La mostra (aperta fino a novembre) al Castello di Gallipoli. Ogni visitatore diventerà autore

Angelo Crespi

«Piacevole e compiaciuta di farsi fotografare in braccio a se stessa» profetizzava geniale, in uno dei suoi feltri, Vincenzo Agnetti ben prima che la moda dei selfie certificasse l'egolatria diffusa a ogni latitudine da cui ci salva, per fortuna con somma ironia, Clelia Patella che, nel rispecchiamento tra sé e l'opera, sublima due volte non il proprio ego, bensì l'arte e l'artista. Questa è la vera essenza dei #Selfieadarte esposti, da ieri (fino a novembre), nel Castello di Gallipoli, meta super ambita della italica movida, il borgo più affollato del Paese, il luogo più fotografato e, dobbiamo immaginare, dove si scatteranno più selfie che altrove.

La mostra in realtà si intitola #SELFATI, prodotta da Orione Comunicazione, è un percorso più ampio che parte, ovviamente, del tema dei selfie con opere site specific, come la mirror tower, la stravagante optical room curata e interpretata da Francesco Ferreri aka Chekos'art, muralista e street artist, «Salento style» con Mariano Light, fino all'exibit dove ogni visitatore diventerà autore di un'opera collettiva partecipandovi e vivendola. Ma non mancheranno le citazioni, come le «sedute d'autore», un omaggio a Fabio Novembre e alle sue iconiche Nemo disegnate per Driade. Ed infine spazio ai grandi dell'arte italiana: di Pistoletto viene esposto, nella scenografica sala ennagonale del castello, un classico come la Venere degli stracci, contornata da gigantografie di Clelia Patella che rinfacciano per quanto possibile lo sguardo della statua classica, ovviamente una replica, che l'artista piemontese nel 1967 contornò di pezzi di stoffa colorati, essendo lui il campione della cosiddetta arte povera.

Il gioco di Clelia Patella, giornalista e art influencer, sta infatti tutto nella dimensione performativa e ludica che ha l'arte contemporanea, ma in generale l'arte di ogni tempo, di essere un perfetto sfondo per scattarsi una fotografia. Infatti Clelia si misura con le opere d'arte che incontra quotidianamente nel suo lavoro (in mostre e musei), talvolta si immedesima perfettamente con esse, mediante travestimenti e mascheramenti, tanto da diventarne parte, o addirittura finendo a modificarne il senso, riuscendo da un'opera a produrne una nuova differente, altrettanto significativa.

E di modelli nobili ce ne sono; dall'artista cinese Liu Bolin che si mimetizza nei luoghi che sceglie di fotografare, spesso celebri architetture del passato, una sorta di camaleonte capace di ingannare gli spettatori; oppure il caso più celebre di Banksy che all'inizio della carriera di nascosto appendeva nei più importanti musei del mondo sue opere del tutto simili a quelle esposte, spesso tele fintamente del Settecento ma con particolari completamente anacronistici della contemporaneità, fake che spesso restavano per settimane in mostra prima di essere scoperti.

Il senso profondo dell'operazione che, a questo punto, non temiamo di definire d'arte è spiegato dai molti «curatori» di Clelia, la Chiara Ferragni dell'arte, che sono uomini di cultura il cui ego vigoroso non rischia di subire una diminutio per colpa dell'autoscatto.

Giordano Bruno Guerri scrive: «Se l'arte è, come è, creare e rendere bello quello che i più copiano male, Clelia è una grande artista del selfie». Massimiliano Parente spiega: «Una volta si chiamavo autoscatti, oggi viviamo una società di narcisi senza cervello, quelli che Roberto D'Agostino chiama i selfie-cienti. Clelia Patella invece fa dei suoi autoscatti non il riflesso vuoto di sé stessa ma una riflessione giocosa e vivace sull'opera d'arte».

Vittorio Sgarbi conclude: «Con i selfie ad Arte di Clelia Patella ogni momento diventa storia. Il selfie rende ognuno artista e consente di raccontare un punto di vista che insieme ad ogni altro punto di vista riproduce per la prima volta la storia del mondo.

Una storia senza eroi ma, per la prima volta con uomini e donne tutti uguali. La democrazia universale delle immagini».