Autostrada Serravalle, si cerca maxi tangente

Caso Penati, caccia alla mazzetta rossauna. L’imprenditore Di Caterina: "Quattro miliardi? Ne verranno fuori molti altri". Parte dei fondi usati per comprare l'autostrada sarebbero finiti nella casse del Pd

Milano C’è un momento, breve, in cui il pm Walter Mapelli perde la pazienza. Davanti a lui siede Antonino Princiotta, ex segretario generale della Provincia di Milano, quando Palazzo Isimbardi era guidato da Filippo Penati. Il funzionario, indagato per corruzione, sta ricostruendo i rapporti con Piero Di Caterina, il presidente della Caronte srl, considerato dagli inquirenti il collettore delle tangenti per il Pd. Il tema sono le presunte mazzette per aggiustare il contenzioso con l’Atm. Poi l’argomento cambia. Ed entra in scena Serravalle. E c’è una parola che fa sobbalzare Mapelli. Lo «sgobbo».
In pratica, la fetta della torta che nell’acquisto delle quote dal costruttore Marcellino Gavio sarebbe finita nelle tasche di Penati, e di lì al partito. A parlarne è Di Caterina nel corso di un pranzo con Princiotta. «Scusa - è la domanda dell’imprenditore riportata al pm - quanto era lo “sgobbo” di Penati e Vimercati (ex capo di gabinetto della Provincia, ndr)?». Mapelli chiede lumi a Princiotta. Quest’ultimo spiega di aver considerato quelle parole «niente più che un’illazione». Il magistrato sbotta.

«Ma quali illazioni, dopo due anni Di Caterina si fa dare soldi dal gruppo Gavio!». Una traccia. Un’operazione immobiliare che nasconderebbe i favori tra le parti che stavano trattando la società autostradale. Quando, tra il 2008 e il 2010, Di Caterina conclude con Bruno Binasco (manager di Gavio, indagato) il preliminare per una caparra immobiliare che avrebbe nascosto una tangente attraverso una triangolazione di denaro (2 milioni di euro) fra Binasco, Penati e Di Caterina. Ma il sospetto dei pm è che lo «sgobbo» vada cercato anche in Serravalle, e nel travaso di denaro che porta nelle tasche di Gavio 179 milioni di euro, 50 dei quali girati per la scalata di Unipol a Bnl.

La Provincia di Milano, infatti, compra nel 2009 il 15% delle quote del costruttore, pagando ogni azione 8,973 euro contro i 2,9 spesi da Gavio. Non a caso, gli inquirenti hanno chiesto alla Procura di Milano gli atti dell’indagine (finora senza sbocchi) condotta dal pm Stefano Civardi.
Anche per questo, durante l’interrogatorio di Princiotta, i magistrati hanno iniziato a scoprire le carte. All’ex segretario generale è stato chiesto di ricostruire i suoi rapporti con Di Caterina. Il funzionario spiega di averlo conosciuto nel 200 attraverso Vimercati. Ed è lo stesso Vimercati - spiega al pm - a chiedergli di levarglielo di torno. Perché Di Caterina si sta facendo pressante, e sempre più spesso bussa alla porta di Palazzo Isimbardi. «Mi sono accorto - dice Princiotta - che Vimercati iniziava a soffrire il rapporto con Di Caterina».

L’ex segretario generale, per tenerlo lontano da Vimercati, porta più volte a pranzo l’imprenditore sestese. E al ristorante Di Caterina si sarebbe lamentato. «Loro fanno affari, siamo da sempre una società di fatto e ora mi tengono fuori». Mapelli, a quel punto, chiede a Princiotta se gli sia stato riferito di qualche «affare» specifico. «Mi parlò di un’operazione immobiliare a Gallarate di cui non so nulla - la risposta - e poi faceva illazioni». Mapelli, allora, chiede per quale motivo non abbia avvisato l’autorità giudiziaria. «Le ritenevo parole campate in aria», replica Princiotta. Ma sono le «illazioni» che fanno sobbalzare Mapelli.

È l’affare Serravalle che inizia a prendere corpo. «Io non ne so nulla» garantisce il funzionario. E Mapelli sembra credergli. Princiotta è «solo» un tecnico. Un ottimo funzionario, ma fuori dalla stanza dei bottoni. La regia, secondo i pm, sarebbe stata di Penati e Vimercati.
Il primo interrogatorio della Procura di Monza, dunque, svela il bersaglio grosso.

Perché Princiotta è indagato per le presunte tangenti nel sistema dei trasporti pubblici di Sesto, ma già con lui è stata sondata una nuova pista. Un nuovo capitolo dell’inchiesta, lontano da un’eventuale prescrizione dei possibili reati. «Parlano di 4 miliardi di lire, ne verranno fuori molti altri», dice Di Caterina al settimanale Panorama in edicola oggi.

E ci sarebbe anche una denuncia anonima (il «dossier Concordia») che già nel 2009 raccontava gli intrecci sospetti del «sistema Sesto», e un rapporto sull’affaire Serravalle finito nel 2007 sulla scrivania di Pier Luigi Bersani, e lì rimasto lettera morta. Insomma, il pozzo non sembra avere fondo. E lo sa anche Di Caterina, che una settimana fa ha telefonato a Princiotta. «Hai visto che casino ho combinato?». Se ne sono accorti in molti. Ma la vera scossa, ne sono convinti gli investigatori, deve ancora arrivare.