«Avanti con la Federazione Il governo sta per cadere»

Fini: unica strada per la Cdl. Non è democratico che la sinistra dipenda da senatori non eletti

Fabrizio de Feo

da Roma

Gianfranco Fini riunisce l’assemblea nazionale e indica al suo partito la nuova strada maestra da seguire: quella della federazione del centrodestra o, più semplicemente, del «centrodestra senza trattino». Un respiro strategico che deve passare attraverso la difesa e il consolidamento del bipolarismo, senza soffermarsi troppo sul percorso a strappi dell’Udc. «La risposta migliore a quanto sta succedendo nel centrodestra e alla questione del rapporto con l’Udc è evitare ogni polemica, e andare avanti per la nostra strada» dice il leader di An. «Sarebbe un guaio se ci fermassimo a capire cosa fanno gli altri. Nel centrodestra si è posta la questione della linea seguita dall’Udc, un fatto senza dubbio politicamente rilevante. Noi non condividiamo quella linea ma comprendiamo la sua strategia. Quella di Casini non è una bizzarria o un salto nel vuoto» ma si inserisce in un quadro di superamento di una logica bipolare coerente con l’appoggio alla legge proporzionale, da An invece contrastata. Di fronte a questo percorso dell’alleato centrista, l’unica strada percorribile è quella fatta di iniziative politiche».
«Per noi - insiste il presidente di An - non può esserci un centro alternativo» alla destra anche «in nome della irreversibilità del bipolarismo». Il partito di Via della Scrofa, insomma, deve avere una prospettiva diversa e pensare in termini di coalizione. «Se uno ha a cuore la crescita del proprio partito fa la scelta di Casini, se invece uno ha a cuore la crescita e l’identità del proprio partito in un ambito di federazione e di coalizione, allora fa la scelta che io chiedo di fare ad An. Il centrodestra rimane la nostra prospettiva strategica. Per questo dopo la sconfitta elettorale e il referendum costituzionale An fece bene a confermare di muoversi in una logica bipolare, di coalizione, in una logica di scelta di campo irreversibile per il bipolarismo» insiste Fini. «Andare verso la Federazione del centrodestra, naturalmente, non vuol dire ammainare la bandiera» di Alleanza Nazionale, ma «decidere quote di sovranità condivisa. Il partito non ne esce più debole ma più forte nelle sue capacità di organizzazione». Serve quindi «ripensare il centrodestra» e «riempirlo di contenuti politici perché la federazione è anche un modo per non ripetere gli errori che abbiamo fatto quando eravamo al governo, con un confronto preventivo fra alleati».
Ci sono due date che, in maniera diversa, ricorrono nelle parole del leader di An. La prima è il 2007, «anno in cui verrà meno il governo dell’Unione e Prodi verrà archiviato» e l’anno in cui il centrodestra «dovrà attrezzarsi «per discutere delle strategie» da adottare per il dopo-Prodi. La seconda data è il 2009, anno in cui «per il centrodestra italiano la collocazione naturale dovrà essere il Partito popolare europeo».
Fini torna, poi, ad attaccare il modo in cui l’esecutivo è passato indenne attraverso il voto di fiducia al Senato. «Non contestiamo il diritto dei senatori a vita di votare - sottolinea il leader di An - ma il fatto che senza quel voto il governo non avrebbe la maggioranza e quel voto non è espressione del mandato popolare. Si è al di fuori della logica democratica se si sta al governo senza rappresentare la maggioranza di coloro che sono stati eletti».
Alla fine il verdetto dell’assemblea del partito è nettamente a suo favore ma non unanime come accaduto quasi sempre in passato. La relazione viene, infatti, approvata «a maggioranza». Ed è lo stesso Fini a utilizzare questa formula, di fronte al voto contrario di Francesco Storace e altri 14 delegati, mentre il presidente dell’assemblea Franco Servello usa, invece, la formula «a larga maggioranza». Distinzioni dialettiche che non servono a sfumare i contorni di quello che è il fatto politico di giornata: il riconoscimento, anche da parte dello stesso Fini, dell’esistenza di una minoranza interna, dopo 12 anni di unanimismo.