Avati: macché senatore la gara mi piace ancora

Il grande regista è in concorso alla Mostra con «La seconda notte di nozze»

Michele Anselmi

da Roma

Pupi Avati non rilascia interviste prima di Venezia. Il suo film, La seconda notte di nozze, passerà in concorso alla Mostra il 9 settembre, penultimo giorno, dopo I giorni dell'abbandono di Roberto Faenza e La bestia nel cuore di Cristina Comencini. Ma passeranno altri due mesi prima che esca nelle sale, ai primi di novembre. Per questo il sessantaseienne cineasta bolognese non ha fretta di promuoverlo. Dal suo buen retiro di Todi, dove ascolta il jazz di Bix Beiderbecke, soffia ogni tanto nel clarinetto e scrive nuove sceneggiature (l’uomo è prolifico), fa sapere di aver solo voglia di riposarsi. Per completare in tempo il missaggio di La seconda notte di nozze ha dovuto fare le corse a fine luglio, ma ne è valsa la pena: il film è piaciuto così tanto al direttore Marco Müller e ai suoi selezionatori (inclusi quelli più distanti per gusto e sensibilità dal cinema di Avati) da irrompere un po’ a sorpresa nel terzetto tricolore, scompagnando qualche piano. Lui non commenta. Però è felice, perfino sereno. Mancava da Venezia dal 1996, quando Gillo Pontecorvo prese fuori concorso Festival, agra storia di cinema e sconfitta costruita su un toccante Massimo Boldi in chiave drammatica; ma altri suoi sei film, a partire da Una gita scolastica nel 1983, per proseguire con Noi tre, Regalo di Natale, Storia di ragazzi e di ragazze, Fratelli e sorelle, Dichiarazione d'amore, sono transitati al Lido, quasi sempre in concorso. «Non mi considero un senatore. Se mi invitano, meglio gareggiare con gli altri, mettermi in gioco», confessa al telefono, e si ferma lì.
Per sapere qualcosa di più del suo film, coprodotto e distribuito da Raicinema, bisogna rivolgersi al sito internet Cinecittà News, per il quale - lui che fu presidente di Cinecittà Holding - ha fatto un’eccezione parlandone con Miriam Tola. I lettori del Giornale forse ricorderanno che La seconda notte di nozze sfodera un inedito tris d’attori: Neri Marcoré, già protagonista di Il cuore altrove, Antonio Albanese e Katia Ricciarelli. Sì, l’ex signora Baudo. Insieme per una storia che si srotola tra la Bologna degli sfollati e la Puglia rurale subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Sembra quasi di vederli. Liliana, vedova da pochi mesi, parte insieme al figlio aspirante attore alla volta del profondo Sud, a bordo di un’auto rubata. Laggiù, in una splendida masseria, abita insieme a due acide zie il cognato Giordano, che amò la donna in gioventù, prima che lei ne sposasse il fratello. Giordano passa per uno «svitato», è anche finito in manicomio, ma tutti gli vogliono bene, specie da quando s’è messo a sminare i campi. Che dite? Fiorirà l’amore tra i due o sarà tutta una questione di interesse? Insomma, una sorta di «nozze bianche», senza consumazione?
Racconta al sito Avati: «La strana coppia formata da Liliana e da Nino, il figlio un po’ scapestrato, è legata a ricordi dell’adolescenza. Mia madre restò vedova piuttosto giovane, era una donna piacente e le amiche, timorose che si abbandonasse alla solitudine, la spingevano a incontrare altri uomini. Lei accettò qualche proposta di appuntamento. Una volta mi portò perfino con sé. Fu una cosa buffa: il pretendente era un dentista chiaramente omosessuale».
Naturalmente c’è un motivo se Avati ha voluto ambientare la vicenda nel biennio 1945-46. «La storia si fonda su bisogni primari della gente, oggi, per fortuna, in gran parte soddisfatti. Un’ambientazione contemporanea sarebbe suonata improbabile. L’Emilia e la Puglia dell’immediato dopoguerra erano due mondi assolutamente separati. In fondo, Liliana e Nino compiono una sorta di viaggio capovolto. Pochi anni dopo sarebbe iniziata la migrazione di massa dei giovani del Sud in cerca di fortuna al Nord».
Se diverte l’accoppiata Marcoré-Albanese dentro un film di Avati (sono due comici spiritosamente d’opposizione del gruppo Dandini), ancor più incuriosisce la scelta di Katia Ricciarelli per il ruolo di Liliana. Anche se da sempre il regista ama spiazzare la critica, escogitando inedite soluzioni di casting. Non fu forse lui a intravedere dense tonalità tragiche nel volto di Carlo Delle Piane o a rilanciare un declinante Diego Abatatuono? «Liliana è una donna matura ma giovanile, le attrici italiane di quella età sono poche, spesso troppo coinvolte nella fiction tv. La Ricciarelli è stata Desdemona nell’Otello di Zeffirelli, lì però interpretava una cantante, cioè se stessa. Diciamo che ho corso il rischio della prima volta, sfidando lo scetticismo generale, ma ho trovato eccitante dirigere un’esordiente non bambina».
Non esordisce nel cinema, invece, Antonio Albanese, qui nei panni «dell’uomo più buono mai raccontato dal cinema». Spiega in proposito il regista: «Altre volte ho raccontato uomini impacciati e impreparati ad affrontare la vita. Ma Giordano è qualcosa di più: incarna una bontà e un candore assoluti. Si offre alla sua comunità come artificiere, mestiere rischioso che sceglie dopo aver visto una bimba saltare in aria. È visto come il matto del villaggio, ma nel corso del film scopriremo la sua saggezza. Antonio si è appropriato a fondo del personaggio, davvero un attore fantastico». Senza nulla togliere ad Avati, lo sapevamo in tanti.