Avati: "Niente provini e tanto amore sul set"

Parla il regista che ha portato Silvio Orlando alla Coppa Volpi. La sua ultima scoperta è il Greggio drammatico, ma prima ci sono stati Marcorè, Delle Piane... "Gli attori sono fragili se li rassicuri danno il meglio. Qualcuno si è rivelato ingrato"

Roma - Pupi Avati è un inventore di attori. Un «inventattori». Non c’è interprete - noto o preso dalla strada, strappato dall’oblio o liberato dai cliché - che con lui non dia il meglio di sé, spesso cogliendo il bersaglio grosso. Carlo Delle Piane, con Regalo di Natale, vinse la Coppa Volpi a Venezia. Silvio Orlando ha appena fatto il bis con Il papà di Giovanna. Volete qualche altro nome? Sul versante maschile, Ezio Greggio, Diego Abatantuono, Antonio Albanese, Neri Marcorè, Gianni Cavina, il povero Nik Novecento. Su quello femminile, Katia Ricciarelli, Inés Sastre, Vanessa Incontrada, Sandra Milo, Delia Boccardo, Elena Sofia Ricci. Con lui, in effetti, sono tutti bravi, diversi, rigenerati.

Dove sta il segreto?
«Non c’è. Seguo il consiglio di Vittorio De Sica. “È una questione d’amore. Rassicurali e vedrai che daranno il massimo”. L’attore è talmente insicuro e fragile che spesso copre insicurezza e fragilità con forme di arroganza. Se sei gentile magari all’inizio sentirai una punta di diffidenza, è successo con Silvio Orlando. Ma basta poco per trasformarla in fiducia, amicizia. Giova anche stare vicino agli attori. Niente monitor, raffreddano il rapporto. Io li guardo, quasi ne sento il respiro. Anni fa Clint Eastwood mi invitò sul set di I ponti di Madison County, girava una scena con Meryl Streep, in cucina. Quasi non sentivo cosa dicevano, il che avrà creato qualche problema ai fonici. Però percepivo un livello di intimità enorme».

Un altro trucco?
«Scrivere sapendo per che attore scrivi. Prendiamo Greggio. Da dieci anni c’era l’idea di lavorare insieme. L’occasione non veniva, poi ecco quel poliziotto fascista lì. Mai avuto dubbi sulla sua resa. Il ruolo, in questo senso, ha un effetto maieutico, permette all’attore di cogliere una nuova dimensione di sé. Pensi a un pianista che ha sempre suonato su una tastiera di quattro ottave e improvvisamente scopre che è più lunga, che ci sono altre note da suonare».

Diceva di Silvio Orlando...
«Silvio è un ottimo attore, non si discute. Ma credo che ci siamo arricchiti a vicenda. Io ho scoperto certe sue corde segrete, inaspettate. Lui forse ha capito che può lavorare anche con altri registi, non i soliti quattro-cinque. All’inizio mi sembrava di inoltrarmi in un territorio improprio. Lo vedevo come un alter ego di Moretti. Debbo tutto, anche stavolta, a mio fratello Antonio. Ha visto giusto, mi ha spinto a incontrarlo. Io sono uno spettatore assente, distratto. Antonio no. Marcoré, Albanese, Sastre, Delle Piane: tutte intuizioni sue. Non farò il nome dei due attori ai quali avevo pensato per Il papà di Giovanna. Poi è arrivato Silvio, ci siamo parlati, ho scritto la storia su di lui ed è venuta fuori questa prova magnifica e toccante».

La Coppa Volpi non è stata una sorpresa, dunque...
«Ero sicuro che avrebbe vinto. Chi non si emoziona di fronte a un personaggio così deve andare dallo psicoanalista. Provo gioia quando i miei attori vengono premiati. Forse non lo sanno o non lo vorrebbero, ma penso sia un premio dato anche a me. Me lo attribuisco».

Lei non crede ai provini, vero?
«Col tempo io e Antonio abbiamo scoperto l’inattendibilità del provino. Mio figlio più piccolo studiava poco, ma agli esami surclassava gli altri. Sapeva vendersi meglio. Vale anche per certi attori. Io invece valuto l’essere umano, se ti viene appresso e ti suscita la voglia di stare insieme per due mesi. Un invito a cena puoi sbagliarlo. Un film no».

Purtroppo il cinema italiano è pigro nel fare i cast.
«Molto. I produttori si affidano solo al box office, se un attore è reduce da un insuccesso non lo chiamano. Il circolo si restringe e i bravi restano a spasso. A me, al contrario, diverte scompaginare i ruoli, ampliare le gamme espressive, recuperare al primo piano qualche attore passato al campo lungo. Prenda Tognazzi, un grande che portava tutto se stesso: invece in Ultimo minuto era diverso dal solito, credo. Con Massimo Boldi, per Festival, qualcosa non funzionò. Privarlo dei suoi punti di forza, di una certa follia surreale, è stata una forzatura. Con la Ricciarelli solo al montaggio ho avuto la certezza di averci preso. Katia è una donna schietta, senza retropensieri. Ma sulle prime, di fronte al mestiere di Albanese e Marcorè, arrancava un po’. Via via s’è sciolta, ha cominciato a rispondere intonatissima».

Tra le sue scoperte c’è Valeria Bruni Tedeschi. Esordì con Storia di ragazzi e ragazze...
«Brava attrice, dalla quale ho ricevuto una piccola irriconoscenza. Ma ci sono abituato. Ho fatto debuttare attori che, richiamati qualche tempo dopo, non si sono fatti trovare. Motivi che mi sfuggono. Spero non ideologici. Io mi occupo dell’essere umano, non di politica».