Ave Maria, la nuova città dei «pionieri di Dio»

nostro inviato a Naples (Florida)

Avete presente Miami, torrido Tropico del Sesso e della Perdizione? Bene, fatevi il segno della croce e dimenticatevela. Prendete piuttosto una carta geografica e partendo proprio dalla città dei vizi tracciate una riga obliqua in direzione nordovest, attraverso la sconfinata distesa di paludi delle Everglades, fascinoso ma inospitale regno di zanzare e alligatori. Ed ecco, prima di finire nelle acque del Golfo del Messico, a pochi chilometri da una raffinata località balneare dal nome a noi familiare di Naples (Napoli), vi imbatterete in una nuova città dal nome altrettanto casalingo: Ave Maria.
Nuova non è un modo di dire, non è una parola buttata lì: l'asfalto delle strade è ancora fresco, i muri profumano di vernice, l'erba dei prati e dei campi da golf sta appena spuntando e proprio in questi giorni di inizio giugno i primi proprietari e inquilini stanno prendendo possesso delle loro case, sorte intorno a una grande cattedrale e a quella che è la prima università cattolica fondata e costruita in America dall'ultimo dopoguerra. Arrivano un nucleo per volta, padri, madri e figli, con i volti arrossati dal sole e dall'emozione, con la chiave della loro villetta che trema nella mano.
Sono i componenti di una moderna carovana di pionieri in station wagon e monovolume, determinati a popolare questa «Città di Dio» voluta e fondata sui principi cattolici e sui valori della famiglia, dove a regime ci saranno 30mila abitanti e oltre 6mila studenti. Sono insomma - questi uomini e donne e i loro figli - la storia d'America che si ripete due secoli dopo quella della Grande frontiera; quando a migliaia, su carri cigolanti trainati da buoi, i loro antenati timorati di Dio avevano sfidato pellirosse, serpenti e orsi grizzly per andare a fondare e a far crescere le tante New Canahan, New Betlehem e New Babylon che ancor oggi punteggiano le carte stradali degli Stati Uniti.
Dietro la nascita di Ave Maria ci sono il sogno e i soldi - tanti soldi - del miliardario americano Tom Monaghan, fondatore della più popolare catena di pizza a domicilio, la Domino's, un marchio che negli Usa è secondo per popolarità dopo quello della McDonald's. A ben guardare Monaghan è anche l'ulteriore conferma di come un Oceano possa allontanare i possibili significati di una medesima parola, separandoli più di quanto non faccia con due continenti. Perché uno come lui, in America è considerato un visionary, termine che ha una connotazione positiva. Mentre da noi sarebbe soltanto un visionario, ovvero il modo garbato per dire a qualcuno che è matto.
Nato in Illinois e finito in orfanotrofio alla morte del padre - era la vigilia di Natale del 1941 -, cresciuto poi tra mille difficoltà economiche, arruolato e dimessosi dal corpo dei marines e infine espulso da una delle solite lungimiranti università, nel 1960 Tom aveva fondato Domino's seguendo una vision molto semplice: vendere agli americani dei dischi di pane gommoso coperti di qualsiasi cosa risultasse più o meno edibile, avendo la faccia tosta di chiamarli pizze e recapitandoglieli a domicilio nel minor tempo possibile e ovviamente al prezzo più basso. Un trionfo, tradottosi per lui in una ricchezza incalcolabile che lo aveva portato a concedersi una vita di lussi, aerei privati, yacht e costosi giocattoli come la squadra di baseball dei Detroit Tigers.
Così fino alla folgorazione, alla scoperta di Dio, coincisa con la lettura del libro Mere Christianity, di C. S. Lewis. «Per me ha rappresentato il giro di boa - ha dichiarato Monaghan in una recente intervista -. Da allora ho deciso di semplificare la mia vita, cedendo l'azienda e tutti i miei lussi. Ed è stato un grande sollievo». Oltre che un ottimo affare: dalla vendita di Domino's, nel 1988, ricavò un miliardo di dollari. Soldi con i quali Monaghan, turbato dalla penetrazione dell'islamismo e dall'incapacità di opporvisi da parte della civiltà occidentale, per lui ammalata di «decadenza morale» nonché «ormai priva di dinamismo religioso», si è gettato anima e corpo nel suo progetto: edificare una «Città di Dio» fondata sui valori della famiglia e della religione cattolica, senza canali televisivi pornografici, né cliniche abortive, né distributori di profilattici. Incardinandovi per di più un'università votata agli stessi principi.
Fallito il primo tentativo di realizzarla in Illinois, era sceso molto più a sud, là dove a pochi chilometri dal golfo del Messico si stendeva una landa selvaggia popolata da pantere, alligatori e maiali selvatici (presenze peraltro familiari agli abitanti della Florida). Il suo investimento personale di 100 milioni di dollari è poi salito via via a mezzo miliardo. E su quella stessa visione il «Papa della pizza», così ormai lo chiamano, è stato seguito non soltanto dalle più note catene commerciali, alberghiere e della ristorazione, ma anche dai maggiori contractor specializzati nella realizzazione di centri residenziali corredati da campi da golf, lagune e corsi d'acqua. Tutti determinati - Dio benedica l'America! - a far parte di quel sacro business. E tutti impegnati a dar vita a un moderno sogno da pionieri che però «viene via» a prezzi di mercato: dai 200mila ai 350mila dollari per una villetta unifamiliare di 160 metri quadrati completa di stanza degli hobby, garage doppio e giardino sul retro. Ovviamente con anticipo minimo e mutuo trentennale al 5,5%. Perché in fondo è anche per ragioni come queste che Dio insiste a benedire l'America.