«Dopo aver sparato pensava solo alla carriera rovinata»

Anna Savini

da Como

«Danni neurologici». Due parole fredde, da un bollettino medico, per dire che il destino di Rumesh Raigama Achrige è nero. Il 18enne arrivato dallo Sri Lanka sei anni fa, ma talmente integrato a Como da avere un esercito di amici, è ancora in coma. È ancora in pericolo di vita. La prognosi è ancora riservata. Ma il peggio è che la pallottola esplosa dalla pistola dell’agente di Polizia locale Marco Dianati gli ha lesionato il cervello. Entrata dalla parte sinistra della nuca, uscita dalla parte centrale del cranio, ha provocato un vasto ematoma. Cinque ore di intervento neurochirurgico, terminate alle 4 di giovedì mattina, non sono bastate a dire se questo ragazzo con una vita normale, prima di incappare in un vigile a caccia di writer, potrà tornare quello di prima.
Mentre amici e genitori piangono e si disperano ogni volta che escono dalla Rianimazione dell’ospedale Sant’Anna dopo averlo visto, a Como scoppia la guerra delle versioni. Il sindaco Stefano Bruni dice che «si è trattato di un tragico errore».
E ricostruisce così il pomeriggio di Rumesh e dei quattro amici che erano in auto con lui: «I vigili mi hanno raccontato di aver visto quell’auto guidare in maniera folle. Purtroppo si sono accorti solo dopo che erano ragazzi. E il colpo di pistola è stato esploso per sbaglio».
Questo ha detto Dianati: «Sono inciampato nel marciapiede». Quel marciapiede che Rumesh non ha fatto in tempo a salire perché crollato prima, con la testa trafitta dal colpo di pistola.
Ma la versione che raccontano gli amici è diversa: «Si rende conto? Aveva appena sparato al mio amico e anziché chiamare i soccorsi riusciva solo a preoccuparsi del suo lavoro. “La mia carriera è finita - diceva -. Mi porteranno via il posto”. Come se la vita del mio amico non contasse niente». Nadir Cunio, 18 anni portati con tre piercing al labbro, era a fianco di Rumesh quando i due agenti della Polizia locale di Como li hanno fermati. «Io non credo che ci abbiano inseguito perché pensavano fossimo writer. Ci hanno beccato una volta a dipingere sui muri ma io avevo 14 anni, come facevano a ricordarsi di me? E comunque cos’è questa storia? Quello la pistola non doveva neanche toccarla».
E invece tutti e due i vigili sono usciti con la pistola in pugno, sostiene Stefano, 17 anni soltanto, sul sedile posteriore con Jerry (15 anni appena) e Mattia (17 anni). «Quello che ha sparato, uno alto e grosso, con l’adrenalina a mille, ha preso Rumesh per il cappuccio, e gli ha puntato la pistola. Lo stava facendo salire sul marciapiede quando abbiamo sentito il colpo. E lo abbiamo visto crollare a terra». «Non si ammazza così neanche un animale - dice Ranjeth Perera Raigama Achrige, il papà del diciottenne in coma dopo che il proiettile gli ha trapassato il cranio -. E mio figlio è buono come il pane. Vede quanti amici ha? Doveva iniziare il lavoro oggi (ieri, ndr) come meccanico. Lui ha una passione per le auto e le sapeva guidare bene. E poi è uno che non chiede mai niente, sono io che gli chiedo se vuole un paio di scarpe o una felpa nuova».
Stefano è ancora sotto choc per l’interrogatorio in procura. Accusa: «Il maresciallo dei carabinieri mi ha trattato senza nessuna sensibilità. Ma io ho perso il mio amico più caro».