Aveva avvertito: «Vedo gente pericolosa»

Gabriele Villa

nostro inviato a Brescia

«... Sono stato a una riunione, una riunione in cui si è parlato di spartizione del territorio. C'era gente che faceva paura, gente dura, con la pistola... ». Sono parole di Angelo Cottarelli, l'uomo sgozzato avant'ieri, nella sua casa di Brescia, assieme alla convivente e al figlio diciassettenne, da killer entrati in azione con agghiacciante ferocia. Sono parole «catturate» da un'intercettazione ambientale e citate testualmente nell'ordinanza del novembre 2004, con cui la Procura di Potenza chiedeva per lui e per altre 33 persone la custodia cautelare. L'accusa: quella di far parte di un'associazione di stampo mafioso, finalizzata a un traffico transnazionale di ragazze da avviare alla prostituzione. Cottarelli, fece una ventina di giorni di carcere a Opera ma, lo ricordiamo, uscì indenne da quella vicenda con un proscioglimento per mancanza di indizi chiesto e ottenuto dal suo legale all'epoca dei fatti, l'avvocato Patrizia Scalvi, ed emesso dal giudice Roberto Spanò della Procura di Brescia, cui, per competenza, erano stati trasmessi gli atti.
Ma oggi, dopo la macabra fine sua e della sua famiglia, un'esecuzione ordinata dall'alto ed eseguita da sicari professionisti venuti da un Paese dell'est (questa è la direzione investigativa presa dagli inquirenti bresciani), è inevitabile che gli investigatori stiano soppesando diversamente quelle parole pronunciate da un uomo che già due anni fa aveva cominciato ad aver paura.
Paura per essere entrato, consapevolmente o no, in un giro molto più grande di lui. Anche per via di certe sue amicizie «pericolose» come quella con Giuseppe Salvatore, ritenuto uomo di spicco della cosca della ’ndrangheta calabrese Piromalli-Molè. Anch'egli raggiunto, nel novembre 2004, dall'ordinanza potentina e uscito indenne per un vizio di forma del provvedimento.
Già compagni di nottate allegre nei night del Nord-Est, è convinzione degli inquirenti, che Salvatore e Cottarelli abbiano continuato, anche dopo quella «disavventura», a lavorare insieme ad ampio raggio. È riconducibile, tra l'altro, a Salvatore la fantomatica società Jolly Service che, con visti turistici si occupava di far arrivare da Estonia, Romania, Lettonia, e da altri Paesi dell'Est avvenenti ragazze da inserire in locali notturni compiacenti e controllati dai due amici.
E così da un faldone, finito in archivio e da un passato punteggiato di «incidenti di percorso» che, dai primi anni Ottanta, aveva fatto rimbalzare il suo nome più e più volte sul tavolo degli investigatori per indagini ora legate a truffe finanziarie, ora all'emissione di assegni a vuoto, ora alla falsificazione di documenti d'identità, prende corpo il profilo di un altro Angelo Cottarelli. Non solo quel Cottarelli ritenuto da tutti un bonaccione nonché un imprenditore fortunato, cui gli affari andavano a gonfie vele con l'agenzia immobiliare Nuvolera di cui era contitolare, ma un altro Cottarelli che, entrato in un giro «pesante» da semplice gregario stava per diventare o voleva diventare il capo cordata di traffici illeciti, scalzando qualcuno che era stato forse «bruciato» dall'ordinanza della Procura di Potenza. Qualcuno che avant'ieri ha voluto punire direttamente lui per quello sgarro o mandare un pesante segnale trasversale, con il triplice omicidio attuato nella villetta di Urago Mella, a un concorrente fastidioso. Se, come appare assodato dalle risultanze investigative, il suo amico Giuseppe Salvatore sarebbe stato sul punto di acquistare, dietro la copertura della Jolly Service un palazzo di quaranta appartamenti per ospitare le squillo dell'est, è altrettanto vero che, lo si evince da altre intercettazioni ambientali, riportate nell'ordinanza della Procura di Potenza, che lo stesso Salvatore, conversando con una donna sconosciuta, dice «di aver firmato cento milioni di cambiali per Angelo» per metterli a disposizione di un suo progetto, accennando al «coinvolgimento della mafia».
Tasselli di un puzzle finito in una orribile mattanza. Atroce destino di un uomo, apparentemente tranquillo che, pur covando l'ambizione di mettersi in proprio in un infernale vortice di droga e prostituzione, avrebbe cercato di prendere tutte le precauzioni del caso arrivando a confidare al suo socio dell'immobiliare Nuvolera «il timore di aver pestato i piedi a un personaggio pericoloso».