Avevo ragione: la Bindi è più bella che intelligente

La neo presidente del Pd esorta il capo del governo a «non fare la vittima». Alla faccia del buonsenso

Fu trascinato dal piacere della battuta Berlusconi quando si rivolse a Rosi Bindi dicendola «più bella che intelligente». La battuta, come molti ricordano, era mia. Ma dalla mia bocca era stata raccolta con maggiore indulgenza, come naturale per un dissacratore irriguardoso e polemico quale io ero (e sono) e poi, certo, non ero il presidente del Consiglio, non avevo un’analoga responsabilità istituzionale; e, in fondo, come molti sanno, la stessa Rosi Bindi conosce il piacere della battuta sarcastica, sino al limite dell’insulto e non si è risparmiata, in molte occasioni, di apostrofare antagonisti con epiteti salaci, da buona toscana. Naturalmente la mia battuta, e ancor più ripetuta da Berlusconi, aveva la ferocia dell’apparente innocenza, mettendo a confronto due attribuzioni positive con il conseguente contrasto evidente (come sarebbe, per chi non ama Berlusconi dirlo, ad esempio «più onesto che capace»).
Il segreto è nell’affiancare due termini positivi che, pur nell’evidente stridore escludono l’eventualità di una querela. Avendone avute più di 300 ho trovato una strada per evitarle. La sera che Berlusconi interpretò, con il carico della sua posizione, la mia battuta, Rosi Bindi ebbe il sussulto di una reazione, ammirata soprattutto dalle femministe ma anche dagli uomini politicamente corretti: «Non sono una donna a sua disposizione». Battuta efficace, ma parzialmente impropria, viste le premesse. Berlusconi non ebbe la presenza di spirito di sigillare il duetto con «meno male» ovvero: «Per fortuna». Lo scambio finì dunque con un pareggio. Anzi la Bindi riuscì perfettamente a calarsi nel ruolo della vittima del maschilista contrapponendosi ai modelli negativi, ma non disprezzati dalla sinistra, di Noemi e soprattutto di Patrizia D’Addario. Ora la partita si riapre. Ed è la Bindi, confermando di essere più bella che intelligente, che sbaglia clamorosamente la battuta dicendo di un uomo colpito e ferito dal fanatismo di un irresponsabile: «Berlusconi non faccia la vittima. È uno degli artefici del clima violento».
Berlusconi è sfigurato e sanguinante, la sua faccia è una maschera, come un volto di Francis Bacon. E la Bindi dice: «Non faccia la vittima». Iscrivendosi idealmente ai gruppi di Facebook, ed elaborando una teoria giustificazionista rispetto all’atto sconsiderato del Tartaglia: «Questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta però sono spiegabili. Certo se si continua a dividere questo Paese, alla fine... ». Altra frase dissennata. Perché per quanto Berlusconi gridi, additarlo prima come irresponsabile puttaniere fino allo scandalo Marrazzo che ha reso le gesta di Berlusconi oggettivamente veniali (scopate private senza danno per nessuno e senza contraddizione con il carattere, il temperamento e i modelli di vita del proponente, benché presidente del consiglio e leader di un movimento anche cattolico), poi mafioso con tanto di sceneggiata di pentito pubblicamente dichiarante in un tribunale, sia pure senza nessuna credibile testimonianza (Spatuzza ha ricordato il suo incontro al caffè Doney di via Veneto con Giuseppe Graviano. E allora?), è oggettivamente diffamatorio.
Ma intanto questa diffamazione costante ha determinato un’immagine potentemente negativa esaltando le caratteristiche di tiranno di Berlusconi (le donne, le tv, la mafia) fino a convincerne vasti strati di società con l’aggiunta moralistica delle vestali della democrazia, da Scalfari a Fini. Fino a definire un vero e proprio manifesto contro Berlusconi, con le firme ideali di Umberto Eco, Ciampi, Rosi Bindi, Travaglio, Di Pietro, Dario Fo, fino allo stesso Napolitano, come accadde a Calabresi. Ed ecco allora il gesto dell’irresponsabile, punto d’arrivo di un’irresponsabilità di pensieri. Come e peggio di Rosi Bindi va ricordato, sotto l’impulso continuo dei Di Pietro, dei Grillo, dei Travaglio, l’incredibile dichiarazione pubblica, avvalorandosi del nome del fratello, di Salvatore Borsellino che nel No Berlusconi Day, una settimana prima dell’attentato riuscito a metà (Berlusconi colpito alla tempia poteva essere ucciso), urlò dal palco, proclamandosi non politico: «Bisogna cacciare Berlusconi perché il suo partito è sorto coi capitali della criminalità organizzata, la quale ora lo ricatta. È uno scandalo inaccettabile» e infatti non accettato dal Tartaglia che ha scambiato Borsellino per il giudice del tribunale che emette la sentenza. Borsellino ha toccato il fondo coll’aggravante di mentire, di stimolare il fanatismo e di parlare facendosi forte dell’autorevolezza del nome del fratello ucciso dalla mafia. Le dichiarazioni sue, come quelle di Rosi Bindi, sono esattamente come quelle degli intellettuali che firmarono il manifesto dell’Espresso contro Calabresi. La loro responsabilità storica è indiscutibile e pochi hanno dichiarato di essersi sbagliati. Prima che questa tragedia mancata, coll’esaltazione dei facinorosi di Facebook, si trasformi in una tragedia vera occorre rigore e severità per impedire che persone che si dichiarano democratiche istighino all’odio e alla violenza.
Nulla di paragonabile a ciò che Travaglio scrive, Di Pietro dice, Salvatore Borsellino grida e Rosi Bindi dichiara ha mai detto Berlusconi, pure mettendo in discussione l’operato della magistratura, davanti all’evidenza di accuse insensate, infondate e impossibili. Posso ben dirlo io che fui indagato con Tiziana Maiolo in concorso esterno in associazione mafiosa. Era un’assoluta falsità, sarebbe stato ridicolo che io per un attimo assumessi il ruolo dell’«incriminato» e mi ribellai con energia all’inverosimile accusa. Dopo 8 mesi tutto fu archiviato. Ma io avevo la perfetta coscienza della mia totale estraneità alle diffamazioni di un pentito. Contro le accusa ingiuste occorre ribellarsi, non piegarsi. Berlusconi non ha offeso è stato offeso al di là di ogni ragionevole dubbio sulla sua innocenza di imprenditore. Oggi governa e nessuno si può permettere di infamarlo senza pagarne le conseguenze. Chi vigliaccamente, approfittando della memoria di un grande parente, chi mostrando di essere «più bella che intelligente».