Avio e Piaggio: due modi diversi di andare «in fondo al fondo»

Carlyle in tre anni recupera dai motori aeronautici un tesoro da 900 milioni di euro

da Milano

Ci sono diverse alternative alla quotazione. Anche lo scambio delle figurine, fuori dal mercato. L’esempio più classico è quello di Avio. Si tratta di una società che opera nel settore della propulsione aerospaziale. Fu ceduta tre anni fa dalla Fiat a un fondo di private equity: Carlyle. Oggi il suo azionariato è per il 70 per cento in mano al fondo Carlyle e per il restante 30 per cento nei portafogli di Finmeccanica. Solo pochi mesi fa, all’inizio di maggio, prima del flop dei mercati azionari, il managing director di Carlyle, Marco de Benedetti disse: «La quotazione è una delle ipotesi a cui stiamo lavorando, una decisione potrebbe arrivare il mese prossimo». Poi i mercati hanno cambiato faccia e un committente importante come Eads (che controlla Airbus) è stato affossato in Borsa. Insomma il vento è girato. E anche le idee di Carlyle. Che ha subito e prontamente cambiato strategia: perché non vendere parte o tutta la nostra partecipazione a un altro fondo di private equity? Nel frattempo ovviamente le ambizioni si sono ridimensionate: ora il valore della società al netto del debito è sceso a 1,5 miliardi. Con le passività, il cosiddetto enterprise valuem, passa a poco meno di 2,5 miliardi. E in queste ore sono frenetiche le trattative con i due fondi rimasti in gara: Bc Partners con Cinven e Clayton, Dubilier & Rice (quest’ultimo azionista della Italtel che proprio in questi giorni ha rinunciato alla quotazione).
Per Carlyle, comunque vada, si tratta di un grande affare. Tre anni fa gli americani misero capitale per 330 milioni. Nel frattempo hanno incassato dividendi per circa 150 milioni. E trattano per vendere la propria quota (pari al 70 per cento di Avio) per un miliardo di euro. Facendo qualche somma si può dire che in tre anni il fondo Carlyle ha tirato fuori dall’affare Avio circa 900 milioni. Non male davvero.
Non altrettanto bene è andata per i fondi di private equity (Morgan Grenfell) che investirono in Piaggio. Ma in questo caso la quotazione appare ormai sicura. Il libro degli ordini è stato appena aperto. Ma la società guidata da Roberto Colaninno, che dopo la quotazione, resterà azionista di maggioranza assoluta, sembra avviata a un successo in tempi di vacche magre. La Piaggio sembra trovare gli investitori pronti a rispondere. Lo sosteneva ieri anche il Financial Times nella «Lex Column». «Nel limite basso della forchetta di prezzo compresa fra i 2,3 e i 3 euro - ha scritto il quotidiano finanziario - la Piaggio si troverebbe un valore d’impresa pari a sei volte gli utili del 2006», e «gli investitori dovrebbero essere pronti ad accorrere». «La Piaggio - prosegue l’articolo nella sua analisi - è leader del mercato europeo degli scooter, con sei marchi e una quota di mercato stabile al 33%, il doppio del rivale più vicino, Yamaha».