Avito

Nativo dell'Alvernia, nella Gallia merovingia del V secolo, era figlio di Isichio, vescovo di Vienne. Questo Isichio era stato acclamato vescovo alla morte di s. Mamerto. Essendo normale a quei tempi che il popolo scegliesse come vescovo un concittadino tra i più illustri e capaci (s. Ambrogio, per esempio, non era nemmeno battezzato quando fu eletto a furor di popolo), fu del tutto normale che nel 490, morto Isichio, venisse scelto suo figlio Avito. Il re dei burgundi (che regnava su mezza Francia e mezza Svizzera odierne) era allora il vandalo ariano Gundebaldo, che si era fatto strada assassinando suo fratello. Per quanto riguarda il re dei franchi, Clodoveo, questi era ancora pagano (fu battezzato nel 498 da s. Remigio). Tempi difficili, insomma, e il vescovo di Vienne c'era proprio nel mezzo, ricadendo la sua diocesi sotto il dominio burgundo. Gundebaldo effettuò una spedizione oltralpe, in Liguria, e tornò con un cospicuo numero di prigionieri. Avito fu costretto ad accompagnarlo e si beccò la malattia che lo avrebbe poi condotto alla morte. Molti di quei prigionieri furono riscattati dal santo, che riuscì anche a convertire Sigismondo, figlio del re. Quest'ultimo, plagiato dalla moglie, fece uccidere suo figlio Sigerico, avuto da un precedente matrimonio. L'accusa era falsa e fu Avito a farglielo presente. Profondamente pentito, Sigismondo fece voto di far ricostruire a sue spese l'abbazia di Agaune (località svizzera dove era stata martirizzata la Legione Tebea), poi andò a morire in battaglia contro i figli di Clodoveo. Avito, autore di molte opere, morì verso il 525.