Avremo meno onorevoli e diremo addio ai ribaltoni

Il 25 e il 26 giugno gli italiani sono chiamati alle urne per confermare l’ampia riforma della seconda parte della Costituzione approvata dalla Casa delle libertà. Si tratta di un appuntamento molto importante. È da almeno trent’anni infatti che in Italia si discute della Grande Riforma dello Stato. Ma, finora, non si è approdati a nulla. Infinite sessioni parlamentari e varie edizioni di solenni commissioni bicamerali sono sempre naufragate nel classico copione dei veti incrociati. Ebbene, il 25 giugno questa paralisi «indecisionistica» può finalmente interrompersi. I cittadini italiani hanno nelle loro mani un’occasione storica: sbloccare il macigno conservatore che ha finora impedito la modernizzazione istituzionale. Se non ora, quando?
La riforma sulla quale siamo chiamati al voto ha il merito di:
1.assicurare poteri più incisivi all’esecutivo nell’azione di governo.
2.garantire il rispetto del voto popolare e del bipolarismo, impedendo ribaltoni di ogni tipo.
3.rafforzare il ruolo di garanzia del capo dello Stato.
4.ridurre il numero dei parlamentari.
5.superare un bicameralismo ormai anacronistico con la trasformazione del Senato in Assemblea delle Regioni.
6.rendere efficace e chiaro il rapporto tra lo Stato e le Regioni, superando i pasticci costituzionali creati dalla riforma approvata dal centrosinistra nel 2001.
Chi firma quest’appello non giudica intoccabile il testo della Riforma. Ma dire no alla prima Grande Riforma approvata in Italia, in nome di questa o quella singola obiezione, significa mettere una pietra tombale sull’intero cammino della nostra modernizzazione. Non è infatti possibile immaginare altri dieci anni di logoranti e ripetitive baruffe politiche. La verità è che, con il no, vincerebbe in modo definitivo chi da trent’anni si oppone a ogni modifica della nostra Costituzione e l’impotenza riformistica dell’Italia si manifesterebbe in tutta la sua nefasta evidenza. Per di più ciò farebbe prevalere nel centrosinistra la posizione di chi vuole cancellare ogni tipo di riforma, anche quelle economiche e sociali. Votare sì significa, invece, continuare a scommettere sull’innovazione politica della quale la Grande Riforma è solo l’inizio, e della quale il nostro Paese ha sempre più bisogno per rispondere alle difficili sfide economiche del tempo della globalizzazione. Dopo trent’anni di chiacchiere inconcludenti abbiamo finalmente una Grande Riforma dello Stato. Andare a votare e votare sì è dunque un dovere che dobbiamo a noi stessi. Se non ora, quando?

I promotori
Ferdinando Adornato, presidente Fondazione Liberal
Antonio Avati, produttore cinematografico
Giuliano Cazzola, presidente del comitato per la difesa e l’attuazione della legge Biagi
Raimondo Cubeddu, docente di filosofia politica, università di Pisa
Paolo Del Debbio, editorialista de Il Giornale, docente di etica sociale e comunicazione, Iulm di Milano
Renzo Foa, condirettore di Liberal
Giancarlo Galli, scrittore, economista
Giorgio Israel, docente presso il dipartimento di Matematica, università la Sapienza di Roma
Luigi Lobuono, presidente della Fiera del Levante
Sandro Fontana, docente di storia contemporanea università di Bologna
Carlo Pelanda, docente di politica ed economia internazionale, University of Georgia, Athens, Ga, Usa
Francesco Perfetti, docente di storia contemporanea presso la Luiss «Guido Carli» di Roma
Michele Perini, presidente Fiera Milano spa
Claudio Risè, psicoterapeuta, docente di sociologia dei processi culturali università dell’Insubria, Varese
Carlo Secchi, docente di politica economica europea università Bocconi, Milano
Stefano Zecchi, docente di estetica università degli studi di Milano
(Inviare le adesioni al fax 06-69200650 e all’indirizzo elettronico liberalfondazione@tin.it)