«Avvelenato da dosi mortali di polonio»

Torno a casa da una passeggiata in campagna e trovo un messaggio nella segreteria telefonica. È Mario Scaramella dall’ospedale di Londra che (...)

(...) dice: «Presidente sono Mario. Ecco le ultime: mi hanno escluso un imminente pericolo di vita nel senso che per ora sto bene, cosa che mi ha fatto molto piacere, ma mi hanno anche detto che la dose che ho ingerito è sei volte la dose mortale. So che lei ci teneva ad avere notizie. Un abbraccio». Ho allora chiamato Mario Scaramella nella sua stanza d’ospedale.
Lei sa che in Italia il ministero della Salute ha diffuso la notizia secondo cui lei sta benissimo, appena lievemente contaminato, e che anzi domani sarà in Italia.
«Purtroppo non è così. Infatti io non sono stato contaminato. Io sono stato avvelenato. Sono due cose diverse».
Però sta bene. Questo è ciò che viene sottolineato. Sano come un pesce.
«Nel senso che non ho alcun sintomo. Per ora. E questo può voler dire cose diverse».
Quali?
«Per esempio che il veleno ha bisogno di un mese o due prima di manifestarsi se ingerito nella quantità che mi è stata fatta ingerire. O può magari voler dire che essendo io una persona giovane e di forte fibra resisto bene. Sa, mi hanno detto che la dose che mi è stata somministrata è fra le dieci e le venti volte inferiore a quella che ha ucciso Alexander Litvinenko».
Lei dunque resterà in ospedale?
«Mi hanno detto che ormai, finché non presento sintomi, è inutile. Ho fatto richiesta per essere dimesso dalla degenza in camera, ma prima di mercoledì non possono rispondermi».
Quindi lei smentisce che avrebbe potuto tornare in Italia in questi giorni.
«Per ora non se ne parla. Ma spero di passare il Natale con i miei figli, dipende dall'evoluzione dell'attacco del veleno al mio midollo. Per ora nessuno può dirlo. Nei prossimi giorni dovrò sottopormi in ospedale ad analisi pesanti come le biopsie e periodici prelievi del midollo spinale, ma senza necessità di restare in ospedale».
In Italia il ministero della Salute ha detto che lei è soltanto leggermente contaminato.
«Chiariamo bene un punto. Contaminato vuol dire aver subito radiazioni esterne stando accanto a qualcuno fortemente avvelenato con il polonio, ed è ciò che è capitato alla povera signora Litvinenko: presenta una leggerissima radioattività per essere stata accanto a suo marito, ma di nessun significato clinico. Tutt’altra cosa è essere avvelenato. Per essere avvelenato occorre prima di tutto che ci sia un avvelenatore e poi che l’avvelenatore ti faccia ingerire o inalare una dose di Polonio 210».
Lei ha incontrato l’inviato del ministero italiano della salute?
«Sì, è venuto a trovarmi e sostanzialmente mi ha spiegato che la loro preoccupazione è quella di tranquillizzare l’opinione pubblica sul fatto che non esiste la possibilità di trasmissione dell’avvelenamento per contagio. Io ho detto quel che qui mi hanno ben spiegato, e cioè che non posso aver contagiato nessuno perché la persona avvelenata potrebbe avvelenare qualcun altro solo scambiando almeno un litro di sangue o di urina».
E allora come spiega che l’autorità di governo italiano dica che lei sta benissimo e, implicitamente, che io sono un mentitore avendo detto ciò che lei mi ha letto sui referti?
«Non lo so. Posso immaginare che da una parte ci sia il desiderio di non creare allarme ingiustificato, e dall’altra quello di minimizzare e ridurre il caso Scaramella a una sciocchezza: avvelenato? Ma quando mai».
Le leggo un brano inedito della lettera che Cossiga ha inviato ieri a Prodi: «La vita politica rischia ora di essere avvelenata dal caso Mitrokhin-Guzzanti-Scaramella, tanto che maggioranza e opposizione si sono divise perfino sulla contaminazione dello Scaramella da polonio accertata dalla Metropolitan Police inglese e dalle autorità sanitarie di quel Paese: poco più di un raffreddore per la maggioranza, una contaminazione mortale per l’opposizione».
«Trovo straordinario che persino il mio stato di vittima di un tentato omicidio sia trattato secondo politica e non secondo verità».
Le autorità italiane sostengono che gli inglesi stessi hanno rassicurato sul suo stato di salute, dicendo che lei sta benissimo e che può tornare a Londra anche subito.
«Sono appena arrivati a Londra i miei genitori per cercare per me un appartamentino vicino all’ospedale così da potermi fare i prelievi quotidiani, ma nel frattempo poter liberamente aiutare Scotland Yard in questa inchiesta».
Ma le autorità britanniche che cosa dicono realmente del suo stato di salute?
«Dicono che mi è stata fatta ingerire una quantità di polonio di un “potentially fatal level”, potenzialmente letale, questo dicono. Ma al tempo stesso prendono atto che per ora non ho sintomi di sorta e che occorre aspettare e vedere che cosa succederà al mio organismo. Mi hanno detto che se non collasserà entro tre mesi, si penserà al da farsi».
Dunque le hanno detto che può sopravvivere?
«Nessuno lo sa perché la casistica è quasi inesistente. Finora i numeri mi sono contro, nel senso che prima di me non si sono dati casi di sopravvivenza. Ma mi hanno anche spiegato che l’emivita del polonio nel corpo dura 138 giorni dall’assunzione, e che poi il polonio perde la metà del suo potere distruttivo. La mia è una partita tutta da giocare contro la morte. La prima tappa è questa: devo sopravvivere per altri cinque mesi per avere qualche vera chance di farcela».
E poi? le hanno detto come vivrà se dovesse superare questa prova?
«Sì, hanno detto che mi dovrò considerare un malato di cancro per tutta la vita, dovrò sottopormi a chemioterapia e alle terapie anticancro per tutta la vita: non potrò mai più espormi alla luce del sole per evitare i melanomi e dovrò vivere sotto una campana di vetro. Tutto questo se supererò questa prima fase».
C’è stato un momento in cui le hanno detto apertamente che lei è un condannato a morte?
«Sì, è stato il momento terribile in cui si sono presentati i funzionari dell’Healt Protection Agency, con uno psicologo esperto per questo genere di situazioni, e mi hanno dato la notizia con garbo, ma senza mezzi termini».
Non le chiedo la sua reazione.
«Bravo. Non me la chieda».
C’è grande agitazione in Italia e nel mondo per le sue dichiarazioni circa nomi di persone che Litvinenko avrebbe coinvolto con le sue dichiarazioni.
«Posso dire che tutte le interviste di Litvinenko a me per motivi di lavoro anche del tutto estranei alla Mitrokhin sono avvenute davanti ad una telecamera e alla presenza mia e di Maxim, il fratello di Alex che faceva l’interprete. Alexander in queste interviste parlava in russo a ruota libera e per molte ore».
E come mai queste interviste vengono fuori proprio adesso?
«Per un motivo molto ovvio: ritengo che gli investigatori del Regno Unito debbano poter disporre di ogni elemento utile per trovare i nostri assassini. È chiaro che se Litvinenko è stato avvelenato, e se anche io sono stato avvelenato, questo vorrà ben dire qualcosa: non occorre un premio Nobel per capire che qualcuno ha cercato di chiuderci la bocca e dunque ci sarà un motivo, non crede?».
Da oggi gira la notizia secondo cui Litvinenko era probabilmente un volgare ricattatore. Commenti?
«È ovvio: di fronte alla notizia di possibili rivelazioni, scatta immediatamente la distruzione della credibilità: l’uomo che fino a ieri era una vittima e un martire, se parla, anche da morto, doveva essere come minimo un ricattatore».
Che cosa desidera di più?
«Avere il tempo di inchiodare con l’uso della sola verità tutti coloro che ci stanno ammazzando sia fisicamente che nell’immagine».
Le faccio i miei auguri. Di cuore.
«La ringrazio e li ricambio: abbia cura di sé».