«Avvenire»: cattolici dell’Unione siete credenti a doppia morale

Il quotidiano dei vescovi: non si può applaudire la Chiesa sul multiculturalismo e zittirla sui Dico

da Roma

«Oggi si strilla tanto, appena ieri erano applausi»: è questo il significativo titolo dell’editoriale di Pio Cerocchi, pubblicato ieri sul quotidiano cattolico Avvenire, che bacchetta le reazioni dei cattolici impegnati nel centrosinistra la cui voce si è levata in questi giorni per protestare contro le prese di posizione dei vescovi contro i «Dico» e l’annunciato «appello alle coscienze» che la Cei sta preparando sull’argomento.
Avvenire fa notare come furono proprio i cattolici del centrosinistra ad applaudire la nota pastorale emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede il 16 gennaio del 2003, su «alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica», cioè uno dei testi che servirà da base per il prossimo intervento della Cei. «Ebbene, uno dei motivi della buona accoglienza di quel testo - osserva Cerocchi - è probabilmente da individuare nel fatto che quella nota riconosceva positivamente “il clima multiculturale e multireligioso delle forme democratiche di società”», come un «incoraggiante ambito ideale per l’impegno politico del cristiano». Aggiungendo per di più come «legittima», la «libertà dei cittadini cattolici di scegliere tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune». Parole, osserva l’editorialista di Avvenire, che «parvero ad alcuni come una indiretta benedizione alla scelta già attuata dai cattolici democratici provenienti dal Ppi, di operare in politica senza più la necessità di un “partito cattolico”, seguendo la propria coscienza». E non certo a caso la nota già citata, richiamava la relazione «difficile e spesso labile fra autonomia terrena e riferimento a Dio», con l'intento di favorire «l'unità di vita del cristiano» e, dunque, «la coerenza tra fede e vita, tra vangelo e cultura». Ma allora a quest'ultimo richiamo non fu prestata soverchia attenzione, anche perché - non bisogna dimenticarlo - il centrosinistra era all’opposizione. Lontano dunque - fa notare il quotidiano cattolico - dalle maggiori e dirette responsabilità sulle questioni “non negoziabili”».
In effetti il dibattito di questi giorni appare piuttosto viziato. A parte il fatto che tra i promotori dell’appello contro l’ingerenza e l’interventismo dei vescovi si trovano, tra gli altri, proprio quegli esponenti della scuola bolognese che quasi quotidianamente rinfacciano invece i «silenzi» alla Chiesa di altre epoche, stupisce che nessuno ricordi le parole pesanti e vincolanti contenute nelle due note dottrinali pubblicate nel 2003, firmate dal cardinale Joseph Ratzinger e approvate da Giovanni Paolo II. Nella prima, quella dedicata ai politici cattolici già ricordata da Avvenire, si afferma che «il cristiano è chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale», e si ribadisce che alla famiglia fondata sul matrimonio «non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale». Nella seconda, pubblicata nel luglio dello stesso anno, e specificamente dedicata al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, si legge che «il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge», perché votare in favore del riconoscimento delle coppie gay sarebbe «un atto gravemente immorale». Un messaggio inequivocabile che quattro anni fa non provocò particolari reazioni.