Avvenire a Repubblica: "La macchina del fango"

Il quotidiano dei vescovi indignato per un articolo che assegna alla
morale cattolica la responsabilità dei preti pedofili: "Furbastri,
lucrano sulle disgrazie per attaccarci"

C’è voluto un articolo sconcertante della grande firma per far aprire gli occhi che prima non vedevano: l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha scoperto che a Repubblica gira la macchina del fango. In certe occasioni schizza gli avversari, ma questa volta ha sparato fango con un cannone primordiale, da cineteca della Prima guerra mondiale. Forse all’Avvenire si sono stupiti perché nelle guerre a manovrare l’artiglieria pesante provvede la truppa, ma la pia illusione è stata spazzata via dall’odio anticristiano sprigionato dalle parole di Francesco Merlo. L’autorevole Merlo parte dal caso terribile di don Riccardo Seppia, il prete genovese autore di un cumulo di scelleratezze, ma poi non riesce a trattenersi e alzando il forcone dello sdegno contro il prete sventurato finisce con l’insultare il cardinal Bagnasco, maestro in seminario di don Seppia, e con lui la Chiesa e duemila anni di cristianesimo.

All’Avvenire devono essere rimasti allibiti. La tesi, per nulla esposta in termini diplomatici ma esplicita che più esplicita non si può, è che il prete pedofilo è il figlio perfetto della morale cattolica: se la Chiesa considera il sesso un’infamia - ma poi dove sta scritto questo luogo comune? - è naturale che i preti si comportino di conseguenza. È naturale che di notte spunti sulla loro pelle il pelo del lupo e che si aggirino famelici, la bava alla bocca, alla ricerca di prede innocenti per i loro turpi giochi. Dunque, è la terrificante conclusione, la notte che è negli occhi del sacerdote-orco può riconoscersi nelle tenebre insediate negli occhi limpidi di Bagnasco.

Impossibile mandare giù, come si trangugiano certi bocconi amari. E allora tocca alla penna talentuosa e mai scomposta di Davide Rondoni replicare con un ragionamento pacato. Misurato e dunque pronto a riconoscere l’evidenza: «Ecco perché di fronte a prove di malvagità che sgomentano e producono ferite e guai seri, attivare la macchina del fango come ha fatto Repubblica è da maramaldi e da furbastri».

Maramaldi e furbastri. Rondoni fotografa alla perfezione come lavora la macchina del fango. Maramaldo è chi «intende lucrare sulle disgrazie altrui per ricavare argomenti pretestuosi per attaccare chi viene considerato avversario». Il furbastro, invece, si riconosce perché «il suo argomentare è grossolano: la deviazione ferina di don Seppia sarebbe addirittura una malattia causata dalla posizione della Chiesa sul sesso».
In poche righe l’Avvenire smonta la propaganda che spinge alla gogna. Certo, questa volta è in ballo, come dire, l’onore della Chiesa. E allora il quotidiano dei vescovi scende in campo e svela l’inganno. Altre volte l’attacco, altrettanto grossolano e pretestuoso, prende di mira le cose terra-terra, polverose, della nostra vita quotidiana. La politica. La giustizia. L’informazione di chi la pensa in altro modo, come il Giornale.

È capitato più di una volta: si sviluppa un’inchiesta, si afferra una notizia o si mostrano le contraddizioni di un personaggio caro a Repubblica e al suo schieramento. Subito, il quotidiano romano fa scattare la rappresaglia, travestita da difesa della verità, contro i presunti servi menzogneri e eterodiretti da Arcore, subito fa a pezzi i venali scudieri del Cavaliere che diciassette anni fa ha messo a soqquadro il Palazzo.
È un gioco grossolano anche se viene venduto come un esercizio raffinato: si ingigantisce il particolare fino a trasformarlo in una caricatura grottesca e deforme, si tace su tutto il resto. E si sfrutta la presunta superiorità morale e antropologica che il partito di Repubblica si è autoassegnato in tempi ormai remoti. Se una cosa la scrivono loro, siamo sulle orme di Hemingway e a un passo dal premio Pulitzer, se arriva dall’altra parte siamo al già visto del manganello e dell’olio di ricino. Al kit di un’ideologia piccola e volgare.
Finché ad essere bastonati, dai maestri del giornalismo, sono il cardinale Bagnasco e la Chiesa. E allora, finalmente, si scopre dov’è depositato il brevetto della macchina del fango.