Le avventure on the road del fantomatico Dr Gonzo

In libreria <em>Screwjack</em> e <em>Hell’s angels</em>, il reportage che il giornalista scrisse sfrecciando in moto con la banda di centauri più feroce degli Stati Uniti. Lo stile da infiltrato, i molti pseudonimi e le sue sregolatezze hanno cambiato il modo di raccontare l'America

La sua è stata una vita al massimo: esagerata, disinibita, sfrenata, allucinata. E il giornalista-scrittore Hunter Stockton Thompson ha sempre raccontato esplicitamente come la sua via al «Sogno americano» sia passata naturalmente attraverso l’alcol e gli abusi di stupefacenti (dall’Lsd all’etere, dall’adenocromo alla mescalina) ma anche attraverso la sua frequentazione dei Casinò di Las Vegas e l’attitudine a vestire i panni del reporter infiltrato in situazioni incredibili (sia che dovesse adattarsi ai costumi dei tifosi di baseball e bowling, sia che si trattasse di trasformarsi in un biker con giacca di pelle e motocicletta, sia che gli toccasse rivestire il ruolo di galoppino e osservatore della campagne elettorali di Nixon e McGovern).

Con libri come Cronache del rum, Hell’s angels, Paura e disgusto a Las Vegas (dal quale il regista Terry Gilliam ha tratto lo sfrenato Paura e delirio a Las Vegas) Hunter Thompson è diventato un mito per almeno un paio di generazioni americane che hanno sentito di lui uno dei cantori del mondo ribelle degli anni ’60 e ’70, quello che rivendicava a suon di rock e di sostanze stupefacenti la propria libertà. Dal canto suo, non amava essere facilmente etichettato e classificato e per questo cambiava spesso identità per svolgere meglio il suo «gonzo journalism» (ovvero quei reportage in presa diretta dove poteva raccontare dall’interno gli eventi inserendo se stesso come personaggio) assumendo svariati soprannomi come Raoul Duke, Dr. Gonzo o Dr. Duke. E se con alcuni dei suoi pezzi fulminanti ha contribuito alla carica esplosiva di una rivista come Rolling Stone, non è certo casuale che un autore di fumetti come Gary Trudeau abbia inserito nella sua celeberrima serie Doonesbury un personaggio come lo Zio Duke ricalcato proprio sul carattere fisico e sul profilo psicologico di Hunter Thompson il cui il mito letterario riemerge in questi giorni in due pubblicazioni della Baldini & Castoldi: i racconti contenuti nell’antologia Screwjack (pagg.54, euro 8) ma soprattutto il lungo reportage Hell’s angels (pagg. 264, euro 16).

Il primo è una raccolta di tre brevi storie (Mescalito, Morte di un poeta e Screwjack) che originariamente Thompson raccolse nel 1991 in un’edizione a tiratura limitata, per gli amici, di solo 326 copie e ci mostra esplicitamente le sue ossessioni di reporter abituato a sperimentare su se stesso (siamo sul finire degli anni ’60) qualsiasi tipo di eccesso, così da poterlo poi raccontare. In Screwjack i lettori vivono così in presa diretta il primo «viaggio» allucinogeno di Thompson, ma anche il racconto del suicidio di un suo amico oberato dai debiti di gioco e scoprono infine quanto terribile e solitaria possa essere la vita degli scrittori e quanto maldestro e rabbioso possa essere il loro rapporto con i gatti. Bastano poche righe per capire il mood nel quale spesso ha navigato Thompson in quel periodo della sua esistenza: «Stanco e sballato per aver dormito niente o almeno non abbastanza. Aggrappato alle pasticche, alle telefonate che non ho fatto, alle persone che non ho incontrato, alle pagine che non ho scritto, ai soldi che non ho raggranellato, e la pressione monta tutto intorno, per arrivare da qualche parte e ripartire. Smettere di tirare di coca, finire qualcosa, chiuderla una buona volta con la cattiva abitudine di non concludere mai niente».

Eppure, solo qualche anno prima nel 1965, lo stesso scrittore aveva mostrato come bisognasse avere molta lucidità per potersi infiltrare fra le fila di una gang di motociclisti e poter sopravvivere alle loro abitudini violente e poterle poi racchiudere in un volume come Hell’s angels. Accettato da quell’inquietante clan per alcuni mesi Thompson affermava di essersi sentito come il bandito e poeta François Villon: «Nel mio stesso paese sono in terra straniera. Sono forte ma non ho potere o autorità. Vinco eppure rimango un perdente. All’alba del giorno dico buonanotte. Quando giaccio ho una gran paura di cadere». E in compagnia degli Hell’s angels che cavalcavano pazzi in mezzo al traffico, senza un sorriso, senza rispettare alcun tipo di legge che non fosse la loro, Hunter Thompson si trovava a seguire le vicende di «Gengis Khan su cavalli d’acciaio... veloci a farsi una birra e anche tua figlia, che non chiedono quartiere né lo concedono; i perbenisti vedano cos’è la classe annusino lo sballo che non conosceranno mai... ». Fianco a fianco di energumeni che si facevano chiamare Little Jesus, Blind Bob, Buzzard, Zorro, Chuck The Duck, il nostro zio Duke confessava di non essere «più sicuro se stava compiendo una ricerca su di loro o se stava invece scivolando lentamente nelle loro file». A fargli riprendere coscienza della realtà sarà il terribile pestaggio a cui lo sottoporrà la gang. Ed è probabile che se avesse potuto farlo Dr. Gonzo si sarebbe di certo divertito a raccontare le misteriose circostanze della sua morte avvenuta nel febbraio del 2005 mentre era al telefono con sua moglie.

Un caso che avrebbe meritato un’indagine di quelle alla Csi e che gli inquirenti hanno archiviato come suicidio, supponendo che Thompson volontariamente si sia sparato in un momento di crisi depressiva. Eppure ci sono molte cose che non tornano compreso il fatto che il giornalista Paul Williams Roberts ha sostenuto pubblicamente che Thompson poche settimane prima di morire gli aveva confessato di stare lavorando a un grande scoop: aveva infatti scoperto alcuni retroscena riguardanti gli attentati dell’11 settembre che, secondo lui, avrebbero ribaltato la versione ufficiale dei fatti. Proprio per questo motivo Thompson aveva dichiarato a Roberts di sentirsi spiato e minacciato. Ma se ufficialmente nessun nuovo elemento è emerso in questi tre anni sulla morte dello scrittore Hollywood, dopo aver distribuito con successo il documentario Gonzo diretto da Alex Gibney e che costituisce uno spaccato d’epoca di testimonianze e interviste con lo scrittore, si prepara a rinverdirne il mito con le imminenti riprese del film The Rum Diary (tratto da Cronache del Rum) che vedrà dietro alla macchina da presa il regista Bruce Robinson e sulle scene Johnny Depp che già in passato aveva ricoperto il ruolo di Thompson nel biografico Paura e delirio a Las Vegas e che nell’agosto del 2005 aveva preparato personalmente l’ultimo saluto allo Zio Duke, organizzando un megaparty durante il quale le ceneri dello scrittore erano state sparate nel cielo della California assieme a una raffica di fuochi artificiali.