Gli avventurosi a spese degli altri fanno venti vittime in quattro anni

«Basta morire per gli errori di altri». Uno sfogo dal sapore amaro quello del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso per commentare la tragedia in Trentino. L’ennesimo incidente causato da imperizia e dalla noncuranza nei confronti degli appelli che vengono dalle istituzioni e dai rischi previsti. Sei morti: è questo il bilancio della valanga caduta in Val Lasties. Quattro delle vittime erano uomini esperti del Soccorso alpino. Una tragedia che si sarebbe potuta evitare se solo i due turisti friulani avessero posto attenzione ai bollettini meteo. Il rischio valanghe era stato annunciato massimo già dal giorno prima, a causa delle piogge insistenti e delle temperature miti. Per questo la neve era stata giudicata instabile. Buona parte delle tragedie che investono il Paese è dovuta alla poca prevenzione o a comportamenti scorretti dei cittadini.
Così nei giorni scorsi, quando l’Italia era sommersa dalla neve e dal gelo e, nonostante gli avvertimenti, molti automobilisti non avevano neanche le catene a bordo. La lista delle tragedie che si potevano evitare è purtroppo lunga. Il 13 agosto 2003 morirono i piloti di un elicottero del 118, intervenuto per soccorrere un escursionista ferito sulle montagne della Valtellina. Forse un vuoto d’aria, una turbolenza, o un problema di manovra. Fatto sta che i due piloti si schiantarono contro uno sperone di roccia. Tra febbraio e marzo di quest’anno sono scattate due indagini per valanghe provocate da sciatori incauti: una, nel Bellunese, causò cinque feriti; nell’altro caso due turisti slovacchi avevano provocato due slavine in Val di Fassa, finite a pochi metri da una baita e dalle piste. E nel 2001 lo snowboarder americano Andrew Fuller è stato invece accusato di valanga colposa per aver provocato la morte di un amico tedesco, in Alto Adige. L’imprudenza non ha risparmiato neppure i campionati mondiali di scialpinismo: a marzo 2006, nel Cuneese una valanga provocata da fuoripista travolse trenta persone fra atleti e accompagnatori, ferendo sei partecipanti.
Ma non è solo la montagna lo scenario di improvvisati avventurieri che provocano danni e morti. Negli ultimi quattro anni, per esempio, per dieci volte bagnanti che si erano immersi in mare con il divieto di balneazione o affrontando eccessivi rischi hanno provocato la morte di 14 persone. Eroi per caso, li abbiamo chiamati. Eroi che hanno cercato di salvare i protagonisti dell’azzardo continuo. Tra questi il caso simbolo, quello del 9 giugno del 2007 quando non furono sufficienti le quattro bandiere rosse che, da giorni, segnalavano le cattive condizioni del mare a Noto Marina, a far desistere quattro giovani dal tuffarsi in mare. Una sciocchezza che fece perdere la vita a un giovane viterbese, Ivan Rossi, morto dopo aver salvato i ragazzi che rischiavano di annegare.
Per non parlare poi dei casi di turismo d’avventura in luoghi considerati a rischio dalla Farnesina. Ne sanno qualcosa i 21 turisti italiani che furono rapinati e sequestrati per alcune ore il 22 agosto 2006 da una banda di predoni in una zona desertica del Niger sud-orientale, vicino al confine con il Ciad. Il turismo d’avventura in quell’area era stato ripetutamente sconsigliato dalla Farnesina, trattandosi di una zona di particolare pericolosità dove è assai alto il rischio di rimanere vittima di aggressioni e rapine. Il primo gennaio 2006 cinque turisti italiani vennero sequestrati nel Marib, una regione montagnosa dello Yemen, altro luogo considerato pericoloso dal ministero degli Esteri. Dopo un’odissea durata cinque giorni e nella quale gli ostaggi venivano continuamente spostati da un posto all’altro, i turisti vennero liberati e tornarono in patria sani e salvi solo grazie all’intervento del governo.
Tra gli incoscienti ci sono anche quelli che ammettono le proprie colpe. Come Luca Amendola e Massimiliano Saltarelli che il 26 marzo 2007 trascorsero sei ore da incubo nelle grotte di Carpineto Romano. Ci vollero un centinaio di soccorritori per salvare i due giovani, rimasti bloccati a circa 80 metri di profondità. Dopo ammisero: «Siamo neofiti delle grotte e delle esplorazioni sotterranee, siamo stati un po’ imprudenti, anche perché non abbiamo mai frequentato un corso di speleologia. Adesso abbiamo imparato che forse è meglio seguirne uno». I due avevano sbagliato a posizionare l’«armo» (i ganci di sicurezza delle corde che servono per scendere nelle grotte e risalire verso l’uscita) in un punto dove, quando piove, si forma una cascata d’acqua.
E come non ricordare poi i due alpinisti italiani, Walter Nones e Simon Kehrer che passarono, nel settembre del 2008, undici giorni sulla parete del Nanga Parbat, sull’Himalaya in attesa dei soccorsi che non potevano operare a causa del maltempo. In quell’occasione morì il capo della spedizione, Karl Unterkircher. Il Pakistan mandò il conto all’Italia: 33.500 euro per il soccorso. La parcella fu inviata prima all’ambasciata italiana e poi girata ai due alpinisti.