Un avvertimento a Mazen e Haniyeh

Per Israele, l’attacco subito ieri mattina da un gruppo di palestinesi armati al valico con l’Egitto di Kerem Shalom, in prossimità della Striscia di Gaza, rappresenta un insuccesso militare e un possibile problema politico. Per Hamas, invece, che si è assunto la responsabilità dell’operazione, si tratta di un successo militare e una nuova spinta verso quella guerra civile che i palestinesi tanto paventano.
Attaccare un autoblindo e un carro armato di sorpresa, uccidere due militari, ferirne quattro e catturarne un quinto, assalendo il nemico con l’aiuto di un tunnel scavato sotto il suo naso, non è un’azione da principianti. Per realizzarla ci sono voluti almeno tre gruppi operanti in sincronia col supporto logistico di uomini, mezzi ed intelligence esterni al territorio palestinese e operanti dall’Egitto agli ordini di una autorità esterna. Questa dimostrazione di capacità tattica e strategica di Hamas avrà ricadute sul governo di Gerusalemme, diviso sulla politica da seguire nei confronti dei palestinesi e continuamente spinto dall’opposizione di destra a rientrare in forze a Gaza per mettere fine sia ai lanci di missili sul territorio israeliano sia alla presenza fisica dei membri del governo Hamas, ormai considerati terroristi.
Sarà difficile per il premier israeliano Olmert, rientrato di fresco da Petra dove ha incontrato il presidente palestinese Abu Mazen e promesso tra fotografie e abbracci la ripresa dei negoziati, di ordinare l’invasione di Gaza e indebolire ancora di più quella larva di governo che è ormai l’Autorità palestinese e che Hamas ha deciso di distruggere. In definitiva, è proprio questo il messaggio di morte che Hamas ha indirettamente inviato al presidente palestinese con l’operazione contro Israele di ieri. Messaggio di totale rifiuto di quel referendum che Abu Mazen dovrebbe tenere per obbligare Hamas a riconoscere Israele e sottoporre le sue milizie all’autorità presidenziale. Cosa estremamente difficile da realizzare, ma che allo stesso tempo minaccia, assieme a Israele e Abu Mazen, anche re Adballah di Giordania che si è trasformato nel principale motore di un accordo fra palestinesi e israeliani.
Questo accordo, basato su una vaga intesa raggiunta nelle prigioni israeliane dai rappresentanti delle varie correnti palestinesi, rappresenta un anatema per il fronte del rifiuto siro-iraniano che sostiene Hamas. Se si aggiunge che l’attacco lanciato contro Israele gode anche del pieno sostegno degli irriducibili di Arafat, membri della vecchia guardia dell’Olp e guidati dall’estero da Faruk Qaddumi, l’avvenire per il presidente palestinese non sembra molto tranquillo.
A monte, il conflitto è dunque molto più complesso di quello che può apparire a valle, lungo la frontiera israelo-palestinese, con un ennesimo scontro di gruppi armati. Se poi fosse vero che - come afferma una fonte legata all’intelligence israeliana - il premier palestinese Haniyeh, eletto alla testa del governo di Hamas in Palestina solo cinque mesi fa, sarebbe stato «sollevato dai suoi incarichi» dalla direzione di Hamas a Damasco, allora occorrerebbe pensare che una resa dei conti fra palestinesi sia più prossima di quanto sia Hamas che Al Fatah vogliano far credere. E che le armi che Israele ed Egitto hanno recentemente fornito alla polizia palestinese fedele ad Abu Mazen, come gli autoblindo che il presidente iraniano ha promesso a Hamas - ammesso che arrivino a destinazione -, non resteranno a lungo in silenzio.