Avvince Amleto nel segno di Carriglio

Enrico Groppali

da Gibellina

Dopo tante cocenti delusioni, ecco miracolosamente affacciarsi una straordinaria interpretazione di Amleto, affidata a un progetto triennale voluto da Pietro Carriglio al Festival di Gibellina. Che, nel bianco cortile-areopago del museo locale, presenta le tessere iniziali dell’ambizioso work in progress. Al centro dello spazio, ammicca una rettangolare striscia luttuosa su cui spicca, monito oscuro e insieme ferale minaccia, la candida planimetria di una croce. Ai lati, su un praticabile, un musicista percuotendo un tamburo fa risuonare nell’aria tersa della sera i funebri rintocchi dell’epos che siamo chiamati a testimoniare. Mentre sul fondo, alla destra dello spettatore, si rizza - ma invertita di segno - la superba montagna di sale di Mimmo Paladino sulle cui balze, come un angelo della morte scaturito dalla matita di Chagall, un altro musico sosta immoto, le dita protese sull’archetto del contrabbasso, in attesa di quel Claudio carnefice che ne violerà i contrafforti ascendendone la cima.
Subito dopo, come in ossequio ad un invisibile richiamo, ecco l’aitante e spavaldo monarca del magnetico Stefano Santospago rigirare tra le braccia come una bambola meccanica, fatta schiava del suo desiderio, la ieratica Gertrude di Galatea Ranzi. Una regina dal bellissimo volto imperlato di rigida acquiescenza alla furiosa sensualità del consorte, che scompone tratto per tratto sposando la voce tremula al gesto imperioso la sua frigida maschera per farle assumere i marmorei lineamenti della Nefertiti del Museo di Berlino. Dopo l’amplesso degli amanti, è la volta del Prence Danese.
Squassato da un’inquietudine ancestrale, il mobilissimo viso da furetto acceso di repentini sussulti, ecco Luciano Roman fendere a gran balzi la scena, precipitarsi sulla frastagliata vera da pozzo e appendersi ai rami di ferro a pelo dell’acqua dove, sfoggiando un’impressionante autorità vocale, maltratterà fino al martirio la suadente Ofelia di Eva Drammis. Che più tardi, alla scena della pazzia, ne diverrà il «doppio» disegnando con sconcertante introspezione i soprassalti della coscienza. Ma sul mirabile spettacolo in divenire, che laurea Carriglio in un momento di splendida maturità tra gli autentici innovatori della scena italiana in questa alba del ventunesimo secolo, spicca dopo le bellissime prove dei protagonisti la gran scena cimiteriale dei becchini dove, accanto a una strega catapultata dal Macbeth, in un linguaggio sapientemente manipolato in odor di Delio Tessa, Franco Barbero prorompe nell’assolo folgorante diretto da un fool lombardo contro il suo complice dell’estremo Sud Sergio Basile. Coinvolgendolo in un macabro duetto che spezza e contrasta la classica versione di Alessandro Serpieri.