Avviso Usa alla Nord Corea: non ci provocate

Il premier nipponico: «Pronti a passi molto duri»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

I giapponesi sono furibondi, gli australiani pure. Gli americani sono fermi ma calmi. I cinesi enigmatici, i sudcoreani ambigui, i russi assenti. E, naturalmente, non si capisce molto delle intenzioni nordcoreane. Questo il quadro, prevalentemente diplomatico, nel terzo giorno della «crisi del missile», il Taepodong 2, che potrebbe, secondo le «indiscrezioni» stratosferiche dei satelliti artificiali, essere lanciato in ogni momento ma che, secondo le indiscrezioni dei diplomatici, potrebbe anche non partire affatto. E la cui gittata viene precisata, aumentata e al tempo stesso un po’ sdrammatizzata. Il Taepodong 1 non superava i 2mila chilometri, il suo successore non soltanto passa i 6mila, ma sfiora i 6.700; però i tecnici spiegano che esso potrebbe sì colpire del «territorio americano», ma che nel suo raggio ricadrebbe al massimo «un pezzo di Alaska». La California continua ad essere al sicuro.
Forse questo contribuisce a spiegare la differenza di tono fra le reazioni di Tokyo e quelle di Washington. Il governo giapponese continua ad alzare il tiro della propria preoccupazione. Poche ore dopo che il ministro degli Esteri Taro Aso ha messo in guardia i dirigenti di Pyongyang che «se anche un solo pezzetto dell’ordigno cadrà sull’arcipelago, anche per errore, il Giappone lo considererebbe un atto militare», è intervenuto il premier Junichiro Koizumi: «Abbiamo chiesto con urgenza alla Corea del Nord di rinunciare a lanciare quel missile. Facciamo ogni sforzo per convincerla ad agire in modo razionale. Se non ci ascolta e va avanti con l’esperimento, dovremo consultarci con gli Stati Uniti e prendere misure severe». E il suo braccio destro Shinzo Abe ha precisato che si ricorrerà a «dure azioni di ritorsione».
Con il Giappone si sono subito schierate Australia e Nuova Zelanda. A Canberra il ministro degli Esteri Alexander Downer ha parlato di «iniziative altamente provocatorie». A Washington il segretario di Stato Condoleezza Rice ha usato, una volta tanto, le stesse parole precise del Pentagono: «Provocazione». L’ambasciatore Usa all’Onu John Bolton, da anni considerato il massimo «falco» per quanto riguarda la Corea del Nord, si è riferito a «passi molto decisi» che potranno essere intrapresi «perché si tratta di una situazione molto seria»; ma poi ha aggiunto che «la soluzione preferita dagli Usa sarebbe che i nordcoreani rinunciassero a lanciare il missile».
E il portavoce della Casa Bianca Tony Snow ha auspicato che «prosegua la moratoria attuale». La dichiarò unilateralmente il governo nordcoreano otto anni fa, poco dopo che il Taepodong 1 aveva sorvolato il Giappone. Le reazioni dell’Occidente indussero Pyongyang alla sospensione del programma, in cambio però di trattative con gli Stati Uniti. Il presidente allora era Bill Clinton e l’attuale amministrazione avverte che i nordcoreani farebbero bene a non illudersi che la storia possa ripetersi: «Sono altri tempi, questa è un’altra amministrazione e la reazione sarebbe altra».
Cosa dice Pyongyang? Nulla di intelligibile. Nessuna notizia sul nuovo missile, ma una rivendicazione del diritto a possederlo come «arma difensiva contro l’irresponsabile spionaggio dall’aria praticato dagli Stati Uniti, che comporta il pericolo di un confronto militare che avrebbe il significato di una provocazione infernale contro la Repubblica Popolare di Corea». I preparativi intanto sono praticamente conclusi nella base di Masudan-ri, il che significa che, secondo gli esperti occidentali (o estremo-orientali), la Corea del Nord dispone adesso di una «finestra di lancio» di circa un mese. In questo periodo potrebbe però maturare una mediazione, che secondo esperti americani sarebbe già in corso e avrebbe anzi già portato a un primo rinvio. L’iniziativa diplomatica sarebbe condotta congiuntamente dalla Corea del Sud e dalla Cina.