Gli avvocati al Csm: «Il gip è disumano» Tribunale li condanna

A un detenuto era stata negata l’autorizzazione di vegliare il padre morto. All’esposto dei legali è partita una denuncia per diffamazione: ora i penalisti minacciano lo sciopero

Stefano Zurlo

I penalisti di Roma protestano contro una sentenza che li mortifica. E annunciano un giorno di astensione dal lavoro per difendere, senza se e senza ma, il loro compito di difensori. Sì, gli avvocati della capitale vedono messo in pericolo il loro delicatissimo ruolo: a scandalizzarli il verdetto che ha condannato due professionisti per aver diffamato un gip di Torre Annunziata. La pena, pecuniaria, è tutto sommato modesta, anche se corredata dal risarcimento di 50mila euro per il giudice vittima delle loro parole, e dunque potrebbe essere scambiata per uno dei tanti provvedimenti che, come le chiuse, regolano il flusso processuale e la dialettica fra le parti.
Ma non è così, o almeno questo proclama la Camera penale che prepara un’assemblea e 24 ore di stop delle udienze. I due legali, Domenico Caiazza e Antonio Fasolino, avevano infatti protestato con toni energici, e con tanto di esposto al Csm, contro la decisione di un giudice di Torre Annunziata che aveva negato ad un uomo, agli arresti domiciliari per tentata estorsione, di vegliare la salma del padre. Senza tanti giri di parole, i legali avevano definito il provvedimento «odioso e disumano». G.T si trovava blindato in casa da più di due mesi quando, improvvisamente, il genitore era morto d’infarto. Caiazza e Fasolino avevano presentato al magistrato due richieste: dare a G.T. il permesso per partecipare alla veglia in memoria del padre che, fra parentesi, abitava nell’appartamento contiguo e poi poterlo accompagnare nell’ultimo viaggio al cimitero; il gip di Torre Annunziata aveva detto no alla prima domanda e gli aveva consentito invece l’accesso, con scorta, alle esequie.
Di qui la contromossa dei due difensori che, in una lettera inviata al Csm, al tribunale di Torre Annunziata e al Ministero della giustizia si erano detti «sgomenti per la manifesta, gratuita e sconcertante disumanità» dell’ordinanza. E l’avevano bollata come «odiosa e disumana». Il magistrato non aveva accettato quel giudizio e anzi aveva querelato per diffamazione la coppia.
Ecco ora la sentenza che scatena l’indignazione degli avvocati: il problema iniziale è accantonato. La questione da chiarire diventa un’altra: quali sono i confini del diritto di critica da parte dei difensori di un imputato? Qual è il confine invalicabile nel corso di un’arringa? Secondo la Camera penale di Roma le affermazioni dei due legali sono «niente affatto lesive della reputazione di alcuno» e la loro condanna «sortisce l’obiettivo di determinare un condizionamento dell’attività professionale del difensore e della sua autonomia».
Insomma, il verdetto è un’amputazione della personalità del difensore e ne limita il raggio d’azione, contrariamente alle «plurime decisioni giurisprudenziali che rimarcano come l’attività defensionale debba potersi svolgere con la più ampia libertà di critica. L’operato dei legali - si legge nel documento della Camera penale - era certamente diretto, nei limiti consentiti, a tutelare i diritti del loro assistito».
Del resto Caiazza e Fasolino avevano sottolineato, nel corso del dibattimento, «l’incoercibilità del proprio diritto di critica nei confronti di un provvedimento giudiziario che aveva violato manifestamente il principio di umanità della custodia cautelare». Per questo i penalisti lanciano l’allarme: «Gli apprezzamenti mossi dai difensori erano certamente di contenuto critico ma rigorosamente, esclusivamente e testualmente circoscritti al provvedimento giurisdizionale». La censura è rispedita al mittente e «il principio insito nella condanna» di Caiazza e Fasolino viene giudicato «pericoloso»: il difensore dimezzato è una vergogna per tutti.