Avvocati d’affari, i prìncipi non hanno eredi

Sono tra i protagonisti della finanza. Ma sempre di più, dice un libro, cedono il passo ai grandi studi «industriali»

da Milano

Il personaggio più giornalisticamente efficace è senza dubbio lui: Guido Rossi, 76 anni, intelligenza esplosiva (giuridica ma non solo), uomo pubblico e di passioni. Un personaggio in grado di emettere una parcella professionale da 23 miliardi delle vecchie lire (per la privatizzazione del Sanpaolo) e di difenderla con convinzione nelle successive polemiche perché, semplicemente, rispecchiava il buon lavoro fatto. E allo stesso tempo capace di passare il tempo libero dedicandosi ai 20mila libri (soprattutto d’arte) organizzati su tre piani, con un complesso sistema di scale e balaustre, nella sua casa in Piazza Castello a Milano dove è condomino di Umberto Eco.
Rossi è il più noto tra i principi degli avvocati d’affari, tessitori di complesse trame allo stesso tempo finanziarie e legali. Anche lui, come, in tempi diversi giuristi del peso di Pietro Trimarchi o Ariberto Mignoli, ha avuto come palestra la vecchia Mediobanca. Altri, come Natalino Irti, Franzo Grande Stevens, o Berardino Libonati, hanno avuto percorsi differenti. A unirli, secondo Franco Stefanoni, giornalista del Mondo e autore de Il codice del Potere, appena uscito per l’editore Melampo, forse la più completa radiografia della élite degli avvocati italiani, è lo stesso approccio artigianale alla professione. Un approccio che ne fa dei veri principi del mestiere, in grado di combattere e vincere ancora molte battaglie, ma destinati a rimanere senza eredi. Perché negli ultimi 10/15 anni si è compiuta quella che Stefanoni chiama «rivoluzione forense».
Negli anni ’90 le privatizzazioni, il definitivo imporsi dell’internazionalizzazione dei mercati finanziari, fenomeni come il private equity, hanno segnato il prevalere di chi è in grado di offrire su larga scala procedure standard e pacchetti completi di consulenza legale. Grandi studi all’anglosassone come le law firm britanniche sbarcate in forze in Italia: Clifford Chance, Allen & Overy e Freshfields. Oppure come gli studi italiani, tre anche in questo caso, che più hanno saputo «industrializzare» la propria attività, lo studio Chiomenti, Bonelli-Erede-Pappalardo e Gianni-Origoni-Grippo: centinaia di avvocati, agguerriti uffici marketing, parcelle (o meglio fatturato) misurato in centinaia di milioni di euro. E anche i professionisti alla guida di queste vere e proprie imprese legali (Michele Carpinelli per Chiomenti, Sergio Erede e Francesco Gianni) sono misurati non solo per la sottigliezza giuridica ma anche per le loro capacità come uomini-organizzazione.
L’evoluzione rende forse più grigia la figura dell’avvocato d’affari, anche se non è detta l’ultima parola. Basti pensare a uno dei protagonisti della nuova stagione, Vittorio Grimaldi, ex giornalista, a lungo numero uno italiano di Clifford Chance: viveur, collezionista di auto di lusso (46) e con il vezzo di circolare per Roma a bordo di un Ape rossa.
Anche per i superavvocati ora comunque il rischio è quello sintetizzato da Roberto Casati, che con Rossi guidò l’offensiva vittoriosa di Abn contro i «furbetti del quartierino»: «Sono stufo di avere a che fare con gente che ragiona come se fossimo in fabbrica», disse al momento di lasciare Allen & Overy nel 2002.