Gli avvocati del presidente Mazzoli sono pagati con i soldi dei cittadini

Marco Morello

Ai cittadini viterbesi l’elezione di Alessandro Mazzoli alla massima carica della Provincia è costata molto cara, per la precisione 56mila euro. A tanto ammonta la parcella che gli avvocati Picozza e Santiapichi hanno recapitato a Palazzo Gentili come compenso per i loro servigi. Peccato che questi servigi siano un fatto privato di Mazzoli e non una questione pubblica. La vicenda è nota e risale alle elezioni per la presidenza della Provincia dell’aprile 2005. A contendersi la poltrona sono Francesco Battistoni per il centrodestra e appunto Alessandro Mazzoli per il centrosinistra. Il primo turno non basta, Battistoni sfiora il colpo del ko attestandosi al 49,7 per cento, mentre l’avversario arranca e si ferma a un più contenuto 36,1 per cento. Si deve andare al ballottaggio dove la tendenza si inverte complici anche alcuni «cambi di rotta»: Mazzoli vince con il 52,3 per cento dei consensi, Battistoni non ci sta e fa ricorso al Tar. La busta con la fattura per le spese legali per la difesa del neo-presidente non viene però spedita al suo indirizzo di casa, ma direttamente a via Saffi. A pagare sono quindi i cittadini di Viterbo. Non solo a Mazzoli non ha mai sfiorato l’idea di regolare il conto di tasca sua, ma non si è nemmeno avvalso delle strutture d’avvocatura interne all’ente stesso rivolgendosi a un privato. A Palazzo Gentili non hanno ingoiato con piacere la pillola e il 3 aprile hanno inviato la richiesta di un consuntivo dettagliato per giustificare la spesa. Al sollecito, lo studio ha però risposto in maniera piccata citando sacrosanti decreti e sottintendendo che se il presidente occupa ancora il suo posto è tutto merito loro, quindi avrebbe fatto meglio a pagare senza lamentarsi. Al di là del merito, quel che è certo è che si è trattato di un discutibile uso di denaro pubblico, con delle prospettive abbastanza inquietanti per l’immediato futuro: cosa succederà quando arriverà il conto per il ricorso al Consiglio di Stato? A Viterbo temono di conoscere già la risposta e si preparano a scucire.