Axa conquista Winterthur e sfida Generali

Il mercato fa i conti con le possibili acquisizioni. L’ipotesi dell’inglese Aviva e i rapporti tra i soci

Marcello Zacché

da Milano

Mentre Axa prende il volo, le mosse sul futuro delle Generali diventano sempre più d’attualità. La compagnia francese ha ufficializzato i termini dell’acquisizione di Winterthur pagata 8 miliardi in contanti (4 dalla cassa e 4 da nuovo debito), proiettando la sua capitalizzazione oltre quota 50 miliardi, più che mai prima in Europa e terza nel mondo dietro ad Aig (Usa) e Ing (Olanda).
Ora si fa sempre più forte l’attesa che Trieste, ferma a quota 35 miliardi di capitalizzazione, annunci un’operazione mirata alla crescita dimensionale, come prospetta lo stesso presidente del gruppo, Antoine Bernheim. Operazione aggressiva, ma anche tatticamente difensiva, per rendere la compagnia più difficilmente scalabile.
In questa chiave va interpretata la decisione dei tre grandi soci bancari del Leone (Unicredito, Capitalia e Mps), che insieme controllano quasi l’8,4% del capitale, di rinnovare il loro patto di consultazione fino al marzo 2007. Il patto era in scadenza a settembre e la mossa delle tre banche è mirata a fare blocco in vista del periodo caldo che durerà fino all’assemblea di aprile, quando andranno rinnovati vertici e intero Cda. Una partita che si giocherà «in asse» con Mediobanca, che di Generali è il primo socio con oltre il 14%, i soci francesi (che hanno il 10% di Piazzetta Cuccia e che hanno sostenuto fin qui Bernheim), e con le stesse banche, due delle quali (Unicredito e Capitalia), sono nel capitale della stessa Mediobanca. Per questo non esistono, sulla carta, operazioni neutrali: ogni scelta andrà ponderata, oltre che per le sue conseguenze industriali, per quelle sull’assetto di controllo e sul vertice.
In ogni caso, in queste ore, c’è un nome che circola più di altri: è quello di Aviva, colosso britannico, attivo nel Regno Unito e nel ramo vita. Dal lato industriale l’ipotesi non entusiasma gli analisti sentiti dal Giornale: il mercato inglese è del tutto diverso da quelli dell’Europa mediterranea e dell’est, dove opera il Leone. Da quello più «politico» Aviva avrebbe il vantaggio di non portare in dote un gruppo di controllo di riferimento, il che, in caso di fusione, diluirebbe gli attuali soci italiani, lasciandoli però in maggioranza. Inoltre il mondo Aviva e quello Generali hanno già molti punti di contatto: Aviva è azionista con il 2,9% di Unicredito (il cui ad, Alessandro Profumo, è stato il primo a parlare della necessità di un’acquisizione per Generali), con il quale ha un contratto di bancassurance. Poi Aviva è stata chiamata, proprio con Mediobanca e Generali, a costituire Perseo, la società di gestione degli investimenti che fa capo alla Fondazione Crt, socio di Unicredito.
Dal lato finanziario Aviva è grande, ma non enorme: 25 miliardi di capitalizzazione. Un boccone difficile da digerire. Ma Generali potrebbe anche farcela: il capitale in eccesso disponibile è stimato in 4 miliardi (al netto dei prestiti ibridi da 4 miliardi e del riacquisto delle minorities per 2,3 miliardi in Germania e Austria), al quale si potrebbe sommare debito primario per altri 2 miliardi, senza compromettere la stabilità. C’è poi il patrimonio immobiliare, stimato in 8 miliardi, le cui potenzialità sono state tenute finora nascoste. Infine, in pancia, ci saranno 1,8 miliardi di azioni proprie che potrebbero essere messe sul piatto di un’operazione mista carta e cassa, da studiare (anche pensando a un aumento di capitale) in modo che la diluizione dei grandi soci sia digeribile.
Che Aviva sia una preda è comunque molto possibile: a marzo ha fallito l’acquisizione di Prudential e, come spesso avviene in finanza, chi sbaglia l’attacco rischia subito dopo il contropiede. Una situazione che Assicurazioni Generali vuole di certo evitare.