Azienda Italia, missione Usa con il supereuro

da Milano

Ventitré acquisizioni in territorio americano per un totale di 7,7 miliardi di euro nel solo 2007, il 32% in più rispetto ai 5,9 miliardi di un anno prima: il minidollaro aumenta l’appetito dell’azienda Italia verso le concorrenti di Oltreoceano. Una preferenza quella per gli Usa sempre più diffusa in Piazza Affari: secondo uno studio di Kmpg che il Giornale ha potuto consultare, nel 2006 le operazioni si erano fermate a 11 e a 6 l’anno prima. Un lungo elenco che abbraccia Eni e Luxottica, Tenaris e Campari, Ifil e Brembo, Pirelli, Autogrill e Interpump. Fino ai progetti di espansione coltivati da Generali e Italcementi che ieri, a poche settimane dalla dura lettera con cui il fondo Hermes ha criticato la gestione della holding Italmobiliare, ha arricchito il proprio menù di altre due «portate» internazionali: la statunitense Crider & Shockey con base nel Nord Virginia e Kuwait German Ready Mix nel Golfo Persico.
Spesa complessiva 50 milioni di dollari. Al cambio attuale significa un esborso da 35 milioni di euro per il gruppo guidato da Giampiero e Carlo Pesenti, a cui un anno fa le due acquisizioni sarebbero costate il 13% in più. Effetto, in questo caso benefico, dello strapotere dell’euro che nella tarda serata di ieri ha sfondato la soglia storica di 1,50 dollari, superando il record del 23 novembre scorso (1,4967) e ormai lontano dalla quota di gennaio 2007: 1,29 dollari. Con Crider & Shockey (6,5 milioni il mol) e Kuwait German Ready Mix (1,5 milioni), rilevate attraverso Essroc-Ciments Français e Hilal Cement Company, Italcementi si è rafforzata nella produzione di calcestruzzo: il medesimo «solco» industriale che lo scorso anno la aveva convinta a comprare sia Arrow, un’altra company Usa, sia la canadese Cambridge.
La scelta di insistere sullo shopping Usa è peraltro una caratteristica condivisa nel Bel paese: come dimostrano le tre operazioni concluse tra il 2006 e il 2007 da Campari o le due effettuate da Autogrill tramite il braccio HmsHost insieme alle molte gare per la ristorazione negli aeroporti Usa. I bocconi più calorici restano tuttavia quelli ingoiati da Eni (che ha speso 3,6 miliardi per Dominion ed espandersi nel Golfo del Messico), Luxottica (1,5 miliardi per gli occhiali Oakley) e Lottomatica con Gtech (3,8 miliardi). A livello di settore l’attenzione si è concentrata sull’alimentare, sul chimico-petrolifero e su quello informatico-tlc. Ognuno dei quali ha visto tre acquisizioni made in Italy in cinque anni. La regione più prolifica è stata ancora una volta la Lombardia, da cui sono state sferrate 13 delle 23 operazioni considerate.
«L’ingresso nel mercato nordamericano rappresenta ancora una fonte enorme di vantaggio competitivo», sottolinea il responsabile di Kpmg Corporate Finance, Maximilian Fiani, ricordando la centralità dell’economia Usa malgrado lo spettro della recessione. Senza considerare che rilevare un concorrente americano «significa spesso guadagnare una posizione di leadership nel proprio settore, grazie a marchi e reti distributive con penetrazione globale», prosegue Fiani che indica nell’attenzione al business proprio dell’assetto normativo Usa l’altro pilastro portante della preferenza italiana per l’America.