Azienda Italia, vince chi investe all’estero

Fisco clemente: l’aliquota media scende al 31%. Manifatturiero in frenata

Massimo Restelli

da Milano

Plusvalenze straordinarie, dividendi e «trasloco» delle proprie attività all’estero: questa la formula con cui il Sistema Italia è riuscito a intercettare la ripresa mondiale spingendo al massimo storico i profitti del 2005 (più 37%). La fotografia scattata come ogni anno dall’ufficio studi di Mediobanca ai maggiori gruppi del Belpaese («Dati cumulativi di 2010 società italiane») ha colori brillanti. Dietro cui si scorgono, però, la clemenza del fisco (l’aliquota reale è scesa al 31,1%) e il contrasto di un fatturato trainato in maniera risolutiva dall’energia (più 25,2%) a dispetto di una manifattura che ha dimezzato la marcia (più 2,5%). Un mondo a due velocità che ha visto aumentare sia il presidio degli stranieri (31%) sia i propri debiti (peggiorati di 11 miliardi); che ha perso terreno sul fronte degli investimenti, della competitività e dell’occupazione. Malgrado questo il recupero prosegue tanto che già dai primi segnali di quest’anno si registra una più stretta relazione tra la crescita e la congiuntura: l’export tra gennaio e maggio è salito del 10% così come il gettito Iva nel primo semestre.
La crescita e la carta estera. Ad aiutare l’Italia ad agganciare la crescita internazionale è stata la delocalizzazione. Tanto che il fatturato estero dei grandi gruppi è prossimo al triplo delle esportazioni dalla Penisola e i ricavi delle prime 27 società più attive oltreconfine sono saliti del 13 per cento.
La finanza «macina» profitti. Il «coacervo» delle principali imprese nazionali ha visto lievitare i profitti di 6,4 miliardi al record storico di 23 miliardi (nel 2004 erano 28 miliardi grazie però a 11 miliardi di «disinquinamento fiscale»). Piazzetta Cuccia offre uno spaccato significativo sulla Penisola (il campione analizzato corrisponde al 44% del fatturato e al 55% dell’export) ma lo stato di salute del sistema non è dovuto alla gestione operativa. Decisivo, infatti, è stato l’apporto della finanza (con i dividendi delle controllate estere il saldo è migliorato di 2 miliardi) e delle partite straordinarie (3,6 miliardi).
Profitti «graziati» dal fisco. Il tax-rate è sceso dal 34,1 al 31,1% (33% la media Ue) complice la presenza nei bilanci 2005 di dividendi e proventi da cessione esenti da tassazione.
Il petrolio infiamma i ricavi. L’azienda Italia ha visto crescere del 7,4% il fatturato (più 7,6% nel 2004). Grazie alla corsa del greggio a fare da propulsore è stata l’energia (più 25,2%) che ha raggiunto un rendimento (Roi) del 17,3% (9,8% la media). Più deboli l’industria (costruzioni più 1,6%) e il terziario (più 2,8%) appesantito dall’andamento delle tlc. Nel manifatturiero da registrare l’exploit della siderurgia (più 8,4%) mentre la pressione dei Paesi emergenti ha penalizzato l’elettronica (meno 9,2%). La Penisola quindi si sta riorganizzando senza però sviluppare produzioni nazionali ad alta tecnologia.
Investimenti e competitività. Per la prima volta il campione analizzato ha creato valore grazie a un rendimento superiore al costo medio del capitale: più 0,7% ma è ancora una volta una ricaduta dello strapotere dell’energia (più 5,8%). Frenano, invece, la competitività del manifatturiero (meno 2,2% dopo un biennio positivo). A valori reali gli investimenti sono scesi del 3,5% e nell’industria sono inferiori del 10% rispetto a dieci anni prima. Non cambia la struttura patrimoniale: il capitale netto copre il 47% dell’attivo. Il rapporto patrimonio/debiti vede in vantaggio il pubblico mentre soffre il privato con l’eccezione delle medie imprese.