In un’azienda sarebbe stato già licenziato

I l caso di Silvio Baldini – l’allenatore del Catania che ha rifilato un calcio nel sedere a Di Carlo, suo dirimpettaio sulla panchina del Parma – potrebbe essere archiviato con la legge del taglione che però non è più in uso dalle nostre parti. O con la frase ad effetto di Cosmi: «Nel nostro ambiente non capita tutti i giorni di sapere chi ti ha preso per i fondelli, almeno Di Carlo sa chi è stato».
Ma non è così. Questa volta non bastano né un buffetto né una battuta per archiviare un comportamento così volgare che ha già fatto il giro del mondo e sta diventando un cult nei blog telematici. Non si è reso conto, il 49enne tecnico massese, di quanta cattiva pubblicità abbia reso non solo a se stesso (cavoli suoi) ma alla città di Catania, già macchiata dall’omicidio di Raciti, e a tutto il movimento sportivo. Quasi ovunque il suo gesto è stato inserito nei filmati che hanno illustrato l’avvio del nostro campionato. E infatti il presidente federale Giancarlo Abete, di solito misurato, ha condannato Baldini prima ancora della giustizia sportiva: «Legare l’immagine della prima giornata a questo episodio non fa bene a nessuno, tanto meno al calcio. Non so che cosa si siano detti prima, lui e Di Carlo, ma se una situazione verbale determina atti di violenza, si rischia di far sfuggire il controllo a tutti».
Baldini non ci ha capito niente né prima, a caldo, quando gli sono venuti meno i freni inibitori, né il giorno dopo, a mente fredda, durante la conferenza stampa. Altrimenti non avrebbe chiesto scusa a tutti, meno che a Di Carlo. In una qualsiasi altra azienda, avrebbe già ricevuto la lettera di licenziamento con la raccomandazione di andare a curarsi i bollenti spiriti in qualche eremo. Invece è ancora al suo posto a pontificare e a fare distinguo, per lui l’etica è un optional e/o ha un valore relativo. Arrogante. Una lite verbale non può provocare un atto violento né giustificarlo, specie davanti a milioni di persone. I personaggi pubblici, e gli allenatori sono fra questi, hanno meno diritti e più doveri dell’anonimo uomo della strada. Troppo facile archiviare la questione con una dichiarazione autoreferenziale: «Mi ha provocato e io ho reagito». Se il mondo andasse avanti in base alla sua legge e con la sua visione, le strade e le piazze diverrebbero lo scenario di un western infinito, al di fuori di ogni controllo.
Il suo rancore, quanto a gravità, è pari alla tensione con la quale vive il ruolo di allenatore e al calcione rifilato a Di Carlo che non appare figlio del vento. La giustizia sportiva non sarà tenera, c’è chi parla di un mese di squalifica e chi di uno stop fino a Natale. Ma nessuna sanzione farà da catarsi, se non sarà accompagnata da un sincero esame di coscienza.