Un’azienda su tre continua a «crederci»

La situazione è grave. La crisi sta aggredendo anche quel tessuto florido rappresentato dalle piccole e medie imprese lombarde. I dati in termini di produzione, fatturato e ordini hanno ancora il segno meno davanti. E se il 2008 è stato chiuso in negativo, le previsioni sul primo trimestre del 2009 cambiano in peggio: soltanto 2 aziende su 100 prevedono per quest’anno un incremento degli ordini.
Loro però, gli industriali lombardi, guardano avanti. «Il sistema della piccola e media industria milanese ha retto la prima ondata della crisi - dice Paolo Galassi, presidente Confapi Milano -, non ha praticamente licenziato e si è affidato alla cassa integrazione soltanto per far fronte al crollo della domanda nazionale ed estera». È un’occhiata verso l’ottimismo e la fiducia. «Una su tre nonostante la crisi continua a rinnovarsi facendo ricerca e sviluppo al suo interno» sottolinea Sergio Campodall’Orto direttore di Alintec che ha anticipato i dati sulla ricerca per valutare il livello tecnologico delle imprese manifatturiere milanesi.
Dunque le aziende che si sono riunite ieri nell’assemblea pubblica di Confapi vogliono ripartire: «vogliamo cogliere l’invito del presidente Berlusconi a non restare con le mani in mano. Le imprese non vogliono fermarsi, ma andare avanti» ha esortato Galassi. Per farlo chiedono al governo risposte rapide: «Non vogliamo aiuti, solo che ci lascino in mano i nostri soldi e che le banche tornino a fare il loro mestiere che è quello di erogare finanziamenti».
Una indagine della stessa Confapi ha evidenziato come l'accesso al credito per 4 aziende su 10 sia diventato un problema. L’accento è posto anche sui finanziamenti statali dirottati su altri settori: «In questo primo trimestre le risorse finanziarie statali sono state destinate essenzialmente agli ammortizzatori sociali o alla capitalizzazione del sistema bancario. Noi riteniamo che sussista un'altra quota importante di liquidità, alla quale le imprese possono accedere in modo più semplice e diretto: mi riferisco al denaro di cui le aziende sono già in possesso. Se dovessi usare uno slogan, direi lasciateci i nostri soldi». Ecco le proposte della Confapi per difendere il lavoro e uscire dalla crisi: l’Iva per cassa per le aziende fino a 50 milioni di euro di fatturato; la non applicazione dell’Iva per l’acquisto di beni e servizi da parte di aziende esportatrici abituali; la deducibilità totale degli interessi passivi, con un limite di un milione di euro, come avviene in Germania e la dilazione a novembre o dicembre del versamento dell'acconto fiscale previsto a giugno (pari al 90% del fatturato sul prossimo anno). Misure che secondo Galassi «dovrebbero però valere esclusivamente per le imprese che non delocalizzano la produzione, cioè che continueranno a investire in fabbriche, lavoro e occupazione qui in Italia, in Lombardia, a Milano. Chiediamo che si ponga fine all'erogazione di aiuti e prebende a quegli industriali che prendono soldi pubblici per aprire stabilimenti in Polonia o in Turchia», conclude Galassi, meritandosi l’ovazione della sala. Il prezzo da pagare in Lombardia, se la crisi continuerà a tiranneggiare e non sarà ascoltato questo allarme sarà altissimo: 150mila lavoratori a casa da subito, altri 450mila tra giugno e dicembre. Un prezzo che la Lombardia e con lei tutta l’Italia non può permettersi.