Le aziende italiane hanno smesso di licenziare

Nel dicembre scorso il tasso dei senza lavoro è rimasto invariato all’8,6%. Il ministro Sacconi: «Il nostro Paese è quasi un punto e mezzo al di sotto della media europea (10%)». Preoccupano i giovani: a spasso quasi il 30%<br />

I primi a mettere tutti sul­l’avviso, ricordando che que­sta sarebbe stata una jobless recovery , cioè una ripresa sen­za creazione di posti di lavo­ro, erano stati gli Usa. Con cir­ca 15 milioni di persone a spasso, per lo più caduti sul campo della Grande recessio­ne, l’America è ancora alle prese con il nodo irrisolto del­la disoccupazione ( 9,3%), no­nostante la sfrenata politica di deficit spending attuata pri­ma da Bush e poi da Obama. L’Europa non è messa me­glio: nel dicembre scorso, il tasso dei senza lavoro è rima­sto invariato al 10%, mentre nell’Unione a 27 è fermo al 9,6%. Appaiono dunque al­quanto strumentali le polemi­che sull’inerzia del governo innescate ieri, dopo che l’Istat ha comunicato che in Italia i disoccupati nel dicem­bre scorso erano pari al­l’ 8,6%, così come in novem­bre. «Si è fermata la caduta dell’occupazione - ha sottoli­neato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi - tanto che rispetto al mese si registrano 11mila disoccupati in meno. Il tasso di disoccupazione ita­liano è quasi un punto e mez­zo al di sotto della media euro­pea ». Inutile comunque fare con­fronti con chi sta peggio, co­me per esempio la Spagna (20,2%), oppure con Paesi non comparabili dal punto di vista economico come Litua­nia e Lettonia (18,3%). Simili paragoni risultano falsamen­te consolatori. Meglio, sem­mai, ricordare il 9,7% di fran­cesi ancora senza lavoro a di­spetto delle politiche di soste­gno varate da Sarkozy per fronteggiare la crisi (dagli aiu­ti all’industria automobilisti­ca, alle banche salvate dalla mano pubblica; dagli sgravi fi­scali per i redditi più bassi, al­l’abolizione dell’Irap d’Oltral­pe). Il caso-Francia dovrebbe insomma essere utilizzato co­me una sorta di Post-it da quanti dimenticano (o fingo­no di scordarsene) che nessu­na misura risolve, con un toc­co di bacchetta magica, il pro­blema della disoccupazione. Quanto all’Italia, è eviden­te che quell’8,6% di disoccu­pati finisce per fondere i gravi problemi del Sud,dove il lavo­ro è­scarso e se c’è è endemica­mente in nero, con la situazio­ne ben più virtuosa del Nord. La stessa profonda divarica­zione si può cogliere anche a livello giovanile: il 29% di di­soccupati tra gli italiani che hanno dai 15 ai 24 anni, re­cord dal 2004, deriva soprat­tutto dalla mancanza di op­portunità in molte regioni del Meridione. Benchè l’ultimo dato sia incontestabilmente allarmante, la disoccupazio­ne giovanile è un male che la penisola si trascina da troppo tempo, frutto anche di politi­che sociali ed economiche quasi mai favorevoli nei con­fronti delle giovani generazio­ni. Più a livello generale, giova ricordare che l’ultimo gover­no Prodi iniziò a operare nel maggio del 2006 con una di­soccupazione al 7%; all’usci­ta da Palazzo Chigi, maggio 2008, il tasso era al 6,7%. Quin­di, due anni di sostanziale im­mobilità sul fronte del lavoro, solo in parte causati dalla cri­si dei mutui sub prime, i cui effetti sarebbero diventati ben più devastanti a partire dal 2009, l’annus horribilis della recessione. Grazie agli ammortizzatori sociali, l’Ita­lia ha tamponato una situa­zione che altrimenti sarebbe stata ben più drammatica sot­to il profilo occupazionale. La cassa integrazione deve però essere una misura tampone, non una cambiale in bianco che pesa sulle casse pubbli­che. Ecco perché il Paese ha bisogno di quelle riforme strutturali, anche se impopo­­lari, che Silvio Berlusconi ha detto di voler varare attraver­so le liberalizzazioni, una mi­nor p­ressione fiscale e taglian­do i lacci burocratici. Se un Pa­e­se come il nostro torna a cre­scere del 3-4%, gli effetti sul mercato del lavoro si faranno presto sentire. A patto di non pretendere di far sparire la di­soccupazione d’incanto. Per il lavoro, il bidibi bodibi bu non è ancora stato inventato.