Le aziende di polli in crisi lanciano uno spot in tv

Domani la prima ondata di messaggi rassicuranti. Francesco Amadori: «Invenduti 200mila capi a settimana. Servono interventi statali»

da Milano

Una signora entra in un supermercato. Riempie il carrello e poi dirige verso il reparto carni. Guarda le confezioni di pollo con aria dubbiosa. Come per incanto, dietro di lei, si materializza un mini esercito in camice bianco. Una quindicina di esperti, superattrezzati con tanto di calzari, mascherine, tutta gente che lavora in filiera. Lei li guarda poi decide senza più dubbi di acquistare la carne di pollo. Torna a casa e cucina la pietanza che poi viene gustata a tavola assieme a marito e figli. In allegria.
È il nuovo spot che partirà domani sulle nostre reti televisive. Nel settore avicolo è emergenza e i maggiori produttori si difendono come possono. A cominciare da Francesco Amadori, un nome molto conosciuto dalle casalinghe e no. «Oramai c’è una reazione generalizzata schizofrenica della gente sul consumo del pollo. Non lo compra più senza sapere il perché» spiega il portavoce dell’azienda di Cesena che è corsa ai ripari assieme ad altre grandi marche. Non solo Amadori ma anche Aia, Arena, Del Campo, Vallespluga hanno sentito l’esigenza di arginare questa disaffezione di massa che ha fatto crollare i consumi del pollame di quasi in 40%. «Lo spot si chiama “pollo italiano vai a pollo sicuro”» spiegano all’Amadori che sperano in un rilancio del settore. Il primo grave problema che li investe è quello dello stoccaggio.
L’esperto di Amadori spiega: «Il nostro ciclo produttivo è interamente basato sul fresco e non sul surgelato. Quindi non abbiamo grandi celle di stoccaggio in cui stipare la merce invenduta». Dove mettere i polli che la gente ora si rifiuta di acquistare? «Ogni settimana noi produciamo due milioni di polli pronti per la macellazione e se si interrompe qualcosa tentiamo di temporeggiare: per un po’ gli animali si tengono vivi, ma poi questi continuano a crescere, a mangiare e crescere. E il ciclo produttivo si inceppa. Non è sostenibile».
Le aziende lanciano l’allarme. «La nostra flessione delle vendite si aggira attorno al dieci per cento, che non sembra tanto ma sui grandi numeri fanno duecentomila polli a settimana invenduti. C’è chi sta peggio di noi». Ma dove andrà a finire questa carne invenduta? «Siamo in contatto con il governo che dovrebbe darci un sostegno».
L’accordo che si sta mettendo a punto è semplice e la finalità benefica: le aziende consegnano i polli congelati al governo che poi dovrebbe destinarli ai Paesi in via di sviluppo. In questo modo il ciclo di produzione viene salvato.
Ma l’emergenza resta e sembra soltanto agli inizi. «Siamo preoccupati - dice il portavoce di Amadori - soprattutto perché in Italia non ci sono problemi veri. I nostri allevamenti sono a prova di bomba. I controlli sono continui, abbiamo dei veterinari delle Asl fissi nei nostri allevamenti a cui si aggiungono le verifiche dei nostri esperti. Le condizioni igieniche sono ineccepibili: in allevamento si gira solo con calzari, camici e mascherine. Non vogliamo mettere in discussione l’allarme internazionale sul problema dell’influenza aviaria, ma il modo con cui è stata data l’informazione alla gente ha provocato un allarmismo ingiustificato. Il consumo della carne non ha niente a che vedere con il diffondersi del virus, l’influenza aviaria è parente di quella umana che si propaga attraverso l’aria».