Aznavour, un istrione di 85 anni canta in italiano e strega la platea

ParmaE fu subito Aznavour. Il titolo di uno dei più bei dischi del re degli chansonnier è anche il riassunto del suo meraviglioso concerto al Regio di Parma, punto di partenza del suo tour italiano dopo 26 anni di assenza. E fu subito Aznavour dunque; bastano le prime note di Les emigrants - con arrangiamento vagamente soul - per riscaldare il compassato ed elegante pubblico del teatro. Monsieur Charles è una roccia; a 85 anni tiene il palco per due ore di fila senza intervallo (imparate, giovani star, imparate!) con voce che non perde colpi, non bella ma coinvolgente, istintiva, capace di superare melodicamente e armonicamente ogni ostacolo. Piccolo, minuto, «il mio genietto della lampada» come lo battezzò Edith Piaf, tiene il palco con l’autorevolezza di un gigante. Di solito questi grandi eventi attirano frotte di presenzialisti e la musica passa in secondo piano, ma qui sono arrivati tutti per monsieur Charles, per intrecciare con lui il filo di ricordi piacevolmente nostalgici. Neppure il tempo di respirare e, in omaggio alla «sua» Italia, inanella la preziosa Dopo l’amore (duetto degli anni Settanta con Mia Martini mai più eseguito in pubblico), Buon anniversario, Devi sapere, Morire d’amore, eseguite con composta ma virile sensualita, con abbandono ma con quel tocco snob tipicamente francese che fa la differenza.
«Io sono un istrione/ ma la genialità è nata insieme a me....in una stanza di tre muri tengo il pubblico con me/ sull’orlo di un abisso scuro/ col mio trac e coi miei tic/ e la commedia brillerà/ del fuoco sacro acceso in me»; a metà show, quando arriva L’istrione (che pare la sua autobiografia) dai palchi al loggione il pubblico è già in delirio. Ci si domanda quando farà il break, quando tirerà il respiro con i quindici-venti minuti di pausa canonica ma lui niente, avanti imperterrito, addirittura accelerando e swingando (tra pochi giorni esce il disco in cui riveste i suoi classici con ritmi jazz insieme alla Clayton Hamilton Orchestra)in Sa jeunesse, passando dall’intimismo di Desormais e Ave Maria agli scatenati sapori latini di T’espero e alla cavalcata gitano-balcanica di Les deux guitars e coinvolgendo la figlia Katia (una delle due coriste) nel brillante duetto di Je voyage.
È il copione che i fan s’aspettano ma non è per nulla scontato e l’entusiasmo è alle stelle. Anche le ballate, da Morir d’amore a Devi sapere (l’originale è Il faut savoir), da Je t’aime a La bohème, non perdono la loro essenza pur (giustamente) rivisitate, ora stilizzate, ora arricchite dagli arrangiamenti della sofisticata band dell’artista. Facile - dirà qualcuno un po’ malizioso - dominare la scena con un carniere di brani come questo e con un pubblico così ben disposto a rivivere il passato. Invece Aznavour ha vinto e convinto con un concerto vero, vivo, ispirato, con quella voce che non cede e combatte fino alla fine per dare rilievo espressionistico alle parole e al fraseggio. Al ventiduesimo brano, a furia di battimani e grida d’approvazione, forse il pubblico è più stanco dell’artista, ma il boato che dai palchi, dalla platea e dal loggione accoglie Ed io tra di voi è degno di uno stadio, così come quello che accompagna l’attesissima Com’è triste Venezia (penultimo brano in scaletta), tanto malinconica quanto morbida e dolce. Per chiudere in bellezza i ritmi flessibili e guizzanti di Emmenez-moi, con Aznavour che ha ancora la verve per ballare e giocare a fare il mimo. Inutile dirlo: standing ovation e diversi minuti di applausi ma il piccolo-grande uomo torna due volte per inchinarsi e salutare (compostamente felice del trionfo) ma non concede bis. Ma nessuno ha il coraggio di chiederlo; quegli applausi sono un ringraziamento e un saluto al guerriero (o all’istrione) che ha vinto l’ennesima sfida e non ha tempo per riposare. Stasera è a Firenze, martedì agli Arcimboldi di Milano, Mercoledì all’Auditorium di Roma, il 6 a Catanzaro e il 9 a Bari.