"Azouz mi voleva stuprare, così ci siamo vendicati"

Ecco i verbali del gip: la "coppia diabolica" di Erba tenta di alleggerire la propria posizione
processuale accusando la famiglia Marzouk di averla minacciata e
aggredita in più occasioni

Como - Il sopravvissuto. E i due carnefici. I loro racconti si legano nell’ordinanza che ha chiuso il cerchio sugli assassini di Erba. In trentacinque pagine il gip di Como Nicoletta Cremona ricostruisce la storia del massacro, traendola dalle parole degli stessi protagonisti: Mario Frigerio, salvo per un soffio e tuttora ricoverato in ospedale e poi loro, Olindo Romano e la moglie Rosa, i coniugi trasformati in spietati killer.
Frigerio: «Prima delle venti mentre aspettavo il tg di Canale cinque ho sentito urla disumane di donna di una voce femminile. Non erano urla di una lite. Allora ho impedito a mia moglie di scendere ma c'era un problema perché il nostro cane era incontinente. Dopo dieci minuti lei rientra e vede il fumo sulle scale. La porta si è aperta molto lentamente e ho visto la luce spenta nell'appartamento e bagliori di fiamma. Io guardo dentro e vedo una persona che mi apriva a me nota. Era Olindo, il mio vicino. L'ho riconosciuto subito ma poi l'ho rimosso perché non volevo crederci. Mi sono rimasti impressi gli occhi con cui mi guardava. Se non l'avessi riconosciuto non mi sarei mai avvicinato alla porta. Mi chiedevo cosa ci facesse in quel casino. Ricordo di essermi chiesto che cosa ci facesse lì. Sono stato afferrato dalla persona di Olindo che mi ha buttato a terra. Ricordo che aveva una forza tremenda. Non ho detto subito di aver riconosciuto Olindo perché ho stentato a creder che potesse aver fatto una cosa del genere. Mi ha preso in modo che mi ha messo giù con la testa. Mi dava dei gran pugni, anche pedate, dappertutto. Io riuscivo ancora a vedere. Quando mi ha messo giù ho visto che dalla tasca tirava fuori qualcosa, una cosa così» (fa segno con le dita per indicare la lunghezza della lama).
Frigerio riconosce Olindo
«Mi sono avvicinato soltanto perché avevo riconosciuto la persona sennò non l'avrei fatto. Mi ha tirato giù di botto. Non ho sentito né male né dolore ma ho sentito che mi tagliava la gola con il coltello». Il racconto di Frigerio finisce qua.
Poi il giudice analizza la posizione di Rosa Bazzi, il personaggio forse più difficile da interpretare. Un mix incomprensibile di furia luciferina e banalità quotidiana, di mediocrità senza spessore e malvagità insondabile. I suoi racconti vengono messi in fila. In un primo momento, infatti, la donna prova scagionare il consorte accreditando l’idea di aver fatto tutto da sola. Quel che più ripugna, però, è lo sfondo su cui ambienta la scena di sangue. Fino al dettaglio più devastante: il bambino ammazzato perchè piangeva e faceva aumentare il suo mal di testa. Di casalinga frustrata.
Rosa: «Intendo rendere piena confessione, ho fatto tutto da sola, mio marito non c'entra nulla. Da tempo ero esasperata. Ci hanno reso la vita impossibile con i loro furiosi litigi, rumori e la vita disordinata. Poi lui un po' mi faceva paura, mi minacciava e mi molestava in continuazione con ripetute irrisioni sue e dei suoi amici. Più di una volta mi dissero con tono insolente che mi avrebbero scopata. Lui a volte veniva a sbottonarsi i pantaloni in modo osceno davanti alla mia finestra. Nel sottopasso del garage mi aveva minacciato più di una volta con un coltello. Ho riferito questo episodio a mio marito il quale diceva sempre che prima o poi gli avrebbe spaccato la faccia. Questo mi ha fatto star male. Soffro di un insopportabile mal di testa».
I primi ricordi di Rosa
Questa è la premessa, quel che accadeva tutti i giorni, a sentire la donna, nel condominio di Erba. Poi si passa al delitto. Il gip annota le diverse versioni. «Una delle versioni di Rosa sulla ricostruzione (poi la cambierà)»:
«A un certo punto ero fuori dalla corte a sistemare cose di casa quando ho visto arrivare Raffaella da sola a piedi, entrare a casa sua. Improvvisamente ho deciso di raggiungerla sul pianerottolo. L'appartamento era buio, credo che fosse uscita perché l'appartamento era buio. Io avevo staccato il suo contatore. Sono entrata portando con me un coltello da cucina e un arnese in ferro prelevato da mio marito da una discarica. L'avevo tenuto e pensavo di usarlo per il giardinaggio. Ho fatto tutto io. Mio marito era a casa, forse assopito. È arrivato dopo, quando stava bruciando la casa. Ammetto che però mio marito mi ha aiutato per l'incendio. Abbiamo ammucchiato un po' di libri e di cose infiammabili e abbiamo dato fuoco.
«Dopo i fatti ci siamo liberati degli abiti sporchi, delle scarpe e delle armi. La macchina quella sera è sempre stata lì, contrariamente a quanto dichiarato da altri. Abbiamo buttato tutto in un cassonetto poco vicino al nostro condominio. Ci siamo disfatti del sacco».
Nuova versione di Rosa: «Quella sera mio marito ha colpito Raffaella con una spranga. Raffaella mi ha morsicato un dito. Mio marito l'ha colpita con la spranga e io l'ho accoltellata. Olindo ha colpito la Cherubini, io l'ho accoltellata. Avevamo due coltelli, io uno da cucina, mio marito un coltellino piccolo».
Dopo la strage
Abiti sporchi: «Li abbiamo buttati in un bidone a Longone al Segrino, poi ci siamo lavati in un ruscello. Una volta a Como Olindo ha buttato via le calze imbrattate di sangue in un cestino. Il coltello e la spranga li avevo preparati io una settimana prima. Prima dell'11 abbiamo tentato due volte di aggredire i Castagna e poi non l'abbiamo fatto. È vero che l'abbiamo seguita a Canzo facendoci vedere. Ho deciso di rischiare a farle del male, ad ucciderla, una settimana prima. Ora che ricordo meglio, la domenica precedente perché ci ha fatto svegliare coi suoi rumori alle sei del mattino». «La Castagna ci aveva preso in giro deridendoci. Ci diceva che ci avrebbe carpito del denaro e che l’avrebbe buttato via non sapendo cosa farne. Io la compativo. L'idea di bruciare tutto mi è venuta prima dell'11 dicembre. Al momento del fatto ho deciso di uccidere il bambino perché piangeva e mi faceva aumentare il mal di testa. In vita mia non ho mai desiderato la morte di alcuno. La rabbia del momento mi ha indotto ad agire».
Le liti con Azouz
Il gip prova ad approfondire la pista delle presunte molestie. È il tentativo, doveroso, di trovare in qualche modo un movente più robusto o almeno la scintilla che possa spiegare l’inspiegabile. La domanda è secca: «Ha mai subito violenza sessuale da Marzouk?».
«Non me la sento di rispondere». Si mette a piangere. «Una volta Marzouk mi ha palpeggiato e gli ho puntato un coltello alla pancia ma non ho mai detto queste cose ad Olindo».
La parola a Olindo
A questo punto nell’ordinanza si ricostruisce il momento in cui gli investigatori fanno ascoltare ad Olindo alcuni brani della confessione della moglie. Lui è ancora convinto che lei abbia resistito negando. Il registratore lo riporta alla realtà. E allora racconta una volta per tutte com’è andata.
Olindo: «La decisione di entrare in casa - lui con la spranga e lei col coltello, ndr - è maturata due mesi prima, quando ricevemmo la citazione per il processo del 13. Eravamo esasperati perché noi che eravamo stati aggrediti e finivamo sul banco degli imputati. Con l'approssimarsi del processo si era radicata l'intenzione di dare una lezione alla figlia, alla madre e se fosse stato presente anche al padre che era quello secondo me più bastardo. Preciso che non era premeditato di uccidere... Soltanto una lezione... Quella sera ci siamo detti: "proviamo". Oltretutto vedendo arrivare l'auto di Castagna padre ci siamo detti inizialmente che potesse esserci anche lui. Aprii la porta con le chiavi che posseggo (me le ha date Daniela, la mia ex vicina di casa). Entrai per primo e colpii con la spranga Raffaella e poi la madre mentre mia moglie si è diretta sul bambino. Dopodiché dato che le donne erano a terra che si lamentavano, mia moglie mi ha aiutato a finirle, lei con il coltello e io con le bastonate. Avevamo già pensato di incendiare la casa, come lezione, ma l'avevamo poi escluso per evitare dei danni alla nostra casa. Quella sera ripensammo all'incendio, stavolta per nascondere le tracce dopo quello che avevamo fatto e di cui ci siamo resi conto subito. Quando mi sono trovato davanti Frigerio, la cui presenza non era prevista perché lui non usciva mai a quell'ora, ho richiuso istintivamente la porta ma poi dentro non si respirava più per il fumo e quindi ho dovuto riaprire e affrontare Frigerio».
L’arrivo dei vicini
«Avevamo già richiuso la porta di casa Castagna con le chiavi trovate all'interno e ricordo che stavo scendendo. Mi sono affacciato e ho visto la Cherubini che era vicino al camper e stava rientrando col cane. Al che sono rientrato e ho detto a mia moglie di tornare su finché la Cherubini non risaliva.
«Ricordo di aver visto mia moglie tenere la mano sulla bocca della Cherubini. Salvo vuoti di memoria io non ho toccato il bambino e non ho visto mia moglie mentre lo colpiva. Comunque prima di salire non ci eravamo divisi i compiti. Ribadisco che non volevamo uccidere, anche se ci eravamo preparati... Capisco che agire a volto scoperto fa pensare all'omicidio premeditato e sinceramente in questo momento non posso escludere che forse avevamo maturato la decisione di uccidere, magari senza neppure esprimerci questo pensiero come comune volontà visto che siamo due persone che si capiscono senza parlare. So che ho sbagliato a fare quello che ho fatto e devo pagare. Chiedo solo di poter vedere ogni tanto mia moglie».
Il caso è chiuso, anche se le difese daranno battaglia, in aula, sulla premeditazione. Al gip tocca solo inquadrare la coppia assassina: «Pericolosità sociale: l'efferatezza dell'esecuzione e il movente sproporzionato implicano una concreta esigenza della tutela della collettività perché attestano che gli indagati hanno un'indole particolarmente violenta, una personalità antisociale e labilità nell’autocontrollo. Non hanno dimostrato alcun pentimento, né tradito alcuna emozione, permettendosi pure, il Romano, di ironizzare al Pm dicendo al Pm che lo interrogava che in carcere avrebbero avuto vitto e alloggio gratis e rammaricandosi solo di non aver fatto fuori il Castagna Carlo, il più bastardo di tutti».