B. B. King, il re del blues si diverte a Cernobbio

Il chitarrista del Mississippi festeggia gli ottant’anni con un tour

Antonio Lodetti

«Non posso ritirarmi dalle scene. È vero, dopo un concerto sono molto stanco, quindi corro in albergo a riposare e il giorno dopo sono di nuovo in forma. Non posso lasciare che gli spiriti cattivi del blues mi prendano, il blues è gioia di vivere. L’unico lusso che mi concedo, perché me l’ha ordinato il dottore, è quello di suonare seduto». Così B. B. King ci ha raccontato al telefono la sua voglia di non mollare, anzi, di festeggiare gli 80 anni (il prossimo 16 settembre)con un giro di concerti e un nuovo disco. L’anno scorso, proprio in Italia, aveva annunciato il suo ritiro dalla scena europea, ed ora eccolo di nuovo qui, pronto a esibirsi stasera a Villa Erba di Cernobbio. La sua Gibson nera (che chiama affettuosamente Lucille) dagli assolo raffinati e sontuosi è ancora il simbolo unificatore dell’estetica nera e di un suono dal richiamo universale. Anche la vibrante voce tenorile, se ha perso un pizzico d’elasticità, non ha certo smarrito l’eloquenza e la carica comunicativa.
Qualcuno lo accusa d’essere troppo attento (almeno su disco) alla musica commerciale, di contaminare il blues con il pop e i suoni più leggeri, ma lui ribatte. «Non dimentico la storia del blues, io ne sono un portabandiera, ma non ci si può fermare al passato. Il mondo è cambiato, il popolo nero per fortuna è cambiato; per aiutare la gente la musica deve vivere nell’attualità, nel presente, io suono il blues di oggi». Partito dal Mississippi (dove nacque nel piccolo borgo di Itta Bena) King è diventato il chitarrista-simbolo per legioni di musicisti. «Mi piacerebbe essere ricordato come B. B. King, il re del blues che ha conquistato il mondo partendo dal fango del Mississippi».
Nasce musicalmente col gospel, cantando nelle chiese battiste, ma a 15 anni batte già gli angoli delle strade armato di chitarra. «Non avevamo neppure l’elettricità, così usavo una vecchia chitarra da 15 dollari e suonavo sulla via principale cercando di guadagnare qualche centesimo, ma nessuno mi dava nulla, allora ero così triste che cominciai a suonare il blues».
Appena può fugge a Memphis, nella colorita Beale Street, mecca della musica, dove diventa famoso come disc jockey e cantante al fianco di artisti oggi leggendari come Junior Parker e Bobby «Blue» Bland. Nel 1952 sfonda con la sua elaborazione di Three O’Clock Blues (brano di Lowell Fulson) e con una serie di successi quali Woke Up This Morning, Everyday I Have the Blues, Sweet Little Angel, Please Accept My Love. Il suo stile è unico e variegato perché pesca ora nella ballata, ora nel gospel, ora nel blues di Chicago, ora nel rhythm and blues.
In più usa sia la voce che la chitarra - in un inedito dialogo antifonale - per creare melodia e armonia. Muddy Waters e gli altri chitarristi blues rimangono legati ad una visione più tradizionale del blues, King è più anarchico, moderno, attento agli impulsi esterni e quindi multigenerazionale. «Io ho avvicinato i vari generi musicali. Prima di me il bluesman non era considerato un vero artista, ora tutti suonano e imitano il blues. Questo è il lato più positivo del mio successo».
King, che pochi giorni fa ha presenziato a Indianola (la città del Mississippi dove ha a lungo vissuto) all’apertura dei lavori per un museo a lui intitolato («Sono emozionato, spero serva ad aiutare tanti giovani musicisti») sta preparando un nuovo album per festeggiare il suo compleanno. Uscirà tra l’autunno e l’inverno e s’intitolerà B.B. King 80 Years Tribute Album con tantissimi ospiti come Eric Clapton e Elton John.
«Ho radunato alcuni amici come Clapton. La prima volta che suonammo insieme fu nei primi anni Sessanta al Cafè à gogo di New York. Lui era molto timido e rispettoso davanti a me. Oggi è uno dei più grandi chitarristi di sempre. Il disco è una grande occasione per ribadire che il blues non ha colore e non fa differenze sociali»