La babele delle quote

Per chi volesse approfondire la conoscenza del betting l’ostacolo non è tanto la lingua inglese quanto il modo in cui vengono indicate le quote a seconda del paese. Senza inerpicarci in discorsi su puntate speciali o handicap, possiamo dire che nel mondo delle scommesse a quota fissa ci sono fondamentalmente tre modi di indicare il pronostico secco su una partita. Il primo è quello più conosciuto in Europa (ma stranamente usato anche in Australia e Canada), cioè quello decimale: se il bookmaker ritiene che la Juventus abbia il 50 per cento di possibilità di vincere una partita la quota nell’agenzia di Torino sarà di 2,00 (100 diviso 50). Il secondo è quello frazionale, tipico di Gran Bretagna e Irlanda: le agenzie di Dublino o di Londra offriranno la squadra di Ranieri a 1/2 («one-to-two» se scrivete, mentre in agenzia l’impiegato potrebbe dirvi «two-to-one on»). Il terzo è quello americano, la cosidetta «moneyline»: per esprimere la stessa offerta a Las Vegas segneranno «Juventus meno 200», cioè la somma necessaria da scommettere su di lei per vincere teorici 100 dollari. I problemi non nascono puntando, perché ognuno bene o male gioca a casa sua, ma studiando: i principali testi sono americani (con un’enfasi spesso assurda sullo «spread») o inglesi (di solito testi sull’ippica adattati), quindi all’appassionato di altri Paesi passa spesso la voglia di informarsi. Ci rifacciamo con gli exchange: anche quelli anglosassoni preferiscono quasi sempre le quote decimali, che permettono meglio delle altre di far incrociare domanda e offerta anche con piccoli volumi.