Baby killer crescono: le colpe della tv

Marcello D’Orta

È una fortuna per me che mio figlio abbia risposto alla chiamata di Nostro Signore, prendendo la via del sacerdozio. È una fortuna perché, coi tempi che corrono, c’era qualche possibilità che prima o poi mi facesse fuori. Chi naviga su internet come me, e acquista giornali anche di altre nazioni, apprende sempre più spesso che qualche adolescente ha spedito (o cercato di spedire) all’altro mondo papà e/o mammà.
L’ultimo episodio di cui ho conoscenza è l’ammazzamento dei capifamiglia per merito di un quindicenne. Federico (questo il nome dell’ammazzatore), giovane depresso, uccide i genitori con cinque colpi di pistola, poi grida: «Sono una feccia, ammazzatemi». La psicologa (e mia buona amica) Maria Rita Parsi, intervistata sull’accaduto, ha dichiarato che siccome il ragazzo era malato da tempo, quel che è accaduto al sesto piano di via Turati 155, «era una tragedia annunciata».
Non sempre, tuttavia, un disturbo psichico è la causa di atti di violenza così innaturali, spesso (il più delle volte) gli imberbi assassini, al momento del delitto, sono «in grado di intendere e di volere». Allora dovremo ricercare altrove le ragioni. Dove? A me sembra che la televisione sia la maggiore responsabile. Fino agli anni Settanta si potevano ancora vedere buoni programmi, oggi - fatta salva qualche trasmissione culturale - la tv è principalmente violenza e volgarità. Poi c'è la mistificazione del vero (altrettanto pericolosa): il sogno, l’ideale, è fatto passare (soprattutto negli spot pubblicitari) per realtà, ma poi la realtà «reale» delude, generando insoddisfazione e senso di frustrazione.
Ricordate il film Quinto potere? Significativo fu il discorso dell’anchorman televisivo interpretato da Peter Finch: «La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati (...) fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! (...) Se volete la verità, andate da Dio (...) andate dentro voi stessi (...) perché la televisione è l'unico posto dove non la troverete mai! (...) Noi commerciamo illusioni: niente di tutto questo è vero (...) Quindi spegnete i vostri televisori, spegneteli ora, spegneteli immediatamente, e lasciateli spenti».
Dalla mattina alla sera (anzi alla notte) la tv propone le gesta di agenti 007 con licenza di uccidere, serial-killer, stupratori, rapinatori, e perfino preti che fanno disinvolto uso delle mani (e senza l'ironia di un don Camillo). Storie di omicidi, raggiri, ruberie, descritte con dovizie di particolari e libertà di linguaggio («Quel figlio di puttana lo farò fuori!». I figli di puttana abbondano nella cinematografia mondiale) e in cinquantamila puntate.
In Italia, i bambini trascorrono, ogni anno, 15mila ore davanti al video, la maggior parte delle quali da soli. Prima che raggiungano gli undici anni, hanno già assistito a 18mila omicidi virtuali. Negli Stati Uniti è ancor peggio, e perciò non bisogna meravigliarsi se 250mila ragazzi vanno a scuola armati.
Ora, tra i giovani, è scoppiata la febbre Wrestling. Lo definiscono uno sport e affermano che si tratti di recite da Commedia dell'Arte. Ma ancor prima che se le menino (o fingano di menarsele. Non importa questo. Ciò che importa è che il pubblico dei ragazzi vede due persone colpirsi), gli sfidanti si affrontano a suon di insulti, urla e minacce.
Se i mezzi di comunicazione di massa invece di proporre esempi di comportamento che infrangono qualsiasi legge o codice morale proponessero esempi di comportamento positivi, amore al posto di odio, rispetto al posto di disprezzo, gentilezza al posto di scortesia, perdono al posto di vendetta eccetera, se insomma tutti noi ci nutrissimo di immagini e di parole «buone», sono sicuro che il numero dei figli che massacrano i genitori diminuirebbe.
Caro Celentano, tu che separi «gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri» (Matteo, 25, 32), dimmi: ho parlato «rock» o ho parlato «lento»?