Baby Rosberg sulla Williams nel nome del «papà tricheco»

Benny Casadei Lucchi

Di recente ha dichiarato: «Voglio imitare papà». Sarebbe meglio di no. Perchè papà divenne campione del mondo grazie ad una sola, risicata, vittoria e alla triste complicità di due tragedie: quella di Jacques Villeneuve prima e Didier Pironi poi. Senza gli incidenti di quel nero ’82, quando in maggio a Zolder morì il canadese volante e due mesi dopo a Hockenheim il francese si maciullò le gambe, la Ferrari 126 C2 Turbo avrebbe fatto un sol boccone del mondiale. E per papà non ci sarebbe stata storia. Per cui, meglio sarebbe che Nico Rosberg, figlio di Keke iridato proprio al volante di una Williams-Cosworth, ora che debutterà per davvero in F1 come pilota titolare (un paio di anni il contratto, anche se c’è chi vocifera addirittura 5), riesca a ottenere molto di più.
Da ieri è infatti ufficiale il suo ingaggio a fianco di Mark Webber per il prossimo anno. Fresco campione mondiale Gp2 (la vecchia Formula 3000 diventata più bella, più avvincente e più palestra per giovani talenti), Nico appartiene per diritto genetico alla famiglia dei figli di papà e per diritto acquisito a quella dei talenti veri. Prova ne sia che ha conquistato un titolo che solo a metà stagione pareva impensabile battendo sul fil di lana un altro giovane prodigioso (non a caso già sotto contratto di Briatore), anch’egli finlandese e di nome Kovalainen. Non solo: Nico ha 20 anni, è nato in Germania a Wiesbaden nel 1985 e per il momento si è già messo in tasca l’unico record sfuggito al neo campione del mondo Fernando Alonso: quello del più giovane ad aver esordito al volante di una F1. Accadde tre anni fa, sempre con la Williams all’epoca motorizzata Bmw (dal prossimo anno sarà Cosworth, proprio come quando vinse il titolo con Rosberg senior). Nico aveva appena vinto, grazie alla conquista del campionato formula Bmw tedesco, un bonus per il test. E subito stupì, umiliando un altro figlio d’arte erede di un padre dal ben più alto lignaggio sportivo Nelsinho Piquet figlio di Nelson, tre volte mondiale negli anni Ottanta.
Il resto l’ha fatto poi: in pista, battendo ripetutamente il solito Nelsinho e anche il terzo rampollo griffato, Mathias Lauda. E fuori, studiando come un matto e imparando perfettamente quattro lingue (inglese, tedesco, francese e italiano), dimostrando al paddock che si può essere finlandesi e ridere e scherzare (vero Raikkonen?) o parlare senza la tristezza stampata in viso (vero Hakkinen?). In questo, in effetti, è figlio di suo padre, che dice: «Nico con Raikkonen non c’entra proprio nulla. Sono diversi: mio figlio ha studiato, pensa all’università, e anche in pista non c’entra nulla con Kimi». Se c’entrasse un poco non sarebbe male, visto che Raikkonen ha un talento enorme. «Se sono meglio io o mio figlio? - conclude Keke Rosberg - Non potete paragonarci, apparteniamo a epoche diverse e poi io cominciai tardi, lui è un pezzo che corre».
Vero. Conti alla mano, Nico Rosberg a soli vent’anni ha disputato più corse e partenze infuocate di quelle a cui ha partecipato suo padre in tutta la carriera. «Avere papà in circuito è certamente bello, soprattutto quando puoi condividere le gioie e vedere quanto è fiero di te. Però cercherò di fare in modo che non ci sia sempre - scherza ma non troppo -. Anche perchè papà molto spesso è un po’ pessimista e a lungo andare può diventare pesante. I paragoni con lui, con il modiale vinto non mi preoccupano. Ormai corro da dieci anni e fin dall’inizio mi sono sentito dire sempre queste cose... No, non mi danno neppure più fastidio. E comunque non voglio assolutamente mettermi in competizione con mio padre, anche se è ovvio che cercherò di ottenere i suoi stessi risultati».
Di più, Nico. Di più. Williams permettendo.