Bacalov: «Boccio il pop È spento come il cinema»

da Milano

Aveva una ventina d’anni quando lasciò l’Argentina con in tasca il diploma di pianoforte; direzione la bohème parigina e subito dopo Roma dove - dopo che ha fatto il mastro arrangiatore per tutte le nostre popstar, da Gianni Morandi a Tenco a Rita Pavone - sboccia l’amore per il cinema. Breve storia di Luis Bacalov, oggi 74enne compositore-eroe delle colonne sonore (premio Oscar nel ’95 per Il postino con Troisi), eterno rivale di Morricone che stasera all’Auditorium di Milano, con l’Orchestra Verdi, esegue le sue pagine più celebri, più temi classici di Nino Rota e dello stesso Morricone come C’era una volta il West.
Maestro, amici o rivali lei e Morricone?
«Amicissimi. Io ho studiato molto ciò che scriveva, a un certo punto mi sono ammalato di “morriconite”, ma poi ho trovato la mia strada originale e da allora è stato tutto più facile per entrambi».
In che senso ha trovato la sua strada?
«Ho recuperato il vero spirito del tango, della tradizione cittadina della mia Buenos Aires. Da ragazzo non avevo preso coscienza di quanto lo spirito del tango fosse dentro di me. L’ho scoperto a 40 anni. Così ho scritto opere come Tangosaian e Misa Tango, che è un lavoro complesso, spirituale che unisce tango e trascendenza. Si potrebbe definire musica contemporanea se il termine avesse ancora un significato».
Cioè?
«Sono un musicista onnivoro. Mi sono nutrito con Debussy, Stravinskij, Schoenberg, Webern, Berg e la musica contemporanea allora era quella che puntava sulla atonalità. Oggi non è più così; non c’è più l’idea che un brano, per piacere ai critici, debba essere molto complesso e a volte comunicare angoscia. Oggi la musica contemporanea sono i suoni del mondo: dell’Africa, dell’Asia. E poi ci sono artisti come John Adams che scrivono temi splendidi».
Ha iniziato la carriera a Roma con la musica leggera: quanto ha influenzato il suo stile?
«Ho iniziato arrangiando canzonette, è vero che è un’arte minore, ma io ho imparato con la parte nobile, i cantautori, e ho imparato molto. Purtroppo ora in Italia non c’è grande fermento creativo nel pop: e neppure nel cinema».
Basta col cinema?
«No, ho appena finito di comporre la colonna sonora di Hotel Meina, di Carlo Lizzani, un buon lavoro con una storia solida».