La «bacchetta» Oren protagonista

Che alle nefaste influenze volute dalla più solida tradizione si aggiungesse anche la mancata chiusura di stagione, beh, questo no… sarebbe stato davvero troppo anche per «La Forza del Destino»; e così il Carlo Felice ha avuto la sua ultima opera del cartellone lirico, anche se monca della «prima» tanto attesa, che lo sciopero ha definitivamente cancellato.
Una «seconda» (come già era successo per il Flauto Magico inaugurale) che ha lasciato dunque a casa - destino così ha voluto - i più tempestivi acquirenti e gli appassionati frequentatori del turno A, e che ha visto il teatro esaurito da spettatori in perpetuo arrivo fino all'ultimo minuto et ultra. Serata movimentata - e non dimentichiamoci, dedicata al grande violoncellista Rostropovich nel giorno della sua scomparsa - che ha avuto come indiscusso protagonista Daniel Oren, accolto con calorosi applausi, ringraziato con sonore ovazioni dal pubblico genovese, che da tempo aspettava un direttore stabile e diciamolo, forse aspettava proprio lui. L'orchestra ha risposto come non sempre ha fatto, la sinfonia (che è stata eseguita tra primo e secondo atto) ha inondato la platea con una sonorità piena, avvolgente, che aveva il giusto impasto di colori e dinamiche, un bilanciato equilibrio di archi e fiati, di legni e ottoni, in un dialogo incisivo e personale; e splendido l'assolo di clarinetto all'inizio del terzo atto.
Poco diciamo di regia e scene, perché in realtà nulla di particolarmente rilevante si è visto, anzi, l'unico tratto di chiamiamola originalità è stato di cattivo gusto oltreché scorretto: far morire in scena Don Carlo non avrebbe certo entusiasmato Verdi, tantomeno mostrare il ferimento mortale di Leonora - c'entra poco con l'estetica verdiana - e un terzetto con un cadavere in mostra non è ciò che si può definire delicato; aggiungiamoci pure il chirurgo «macellaio».
Ma passiamo ai cantanti. Un cast non proprio del tutto adeguato vocalmente, si direbbe, con alti e bassi, con esempi di dolce cantabilità ed altri francamente privi di finezza musicale; buona comunque generalmente l'interpretazione dei personaggi. Una Leonora (Micaela Carosi) che ha cantato una splendida «Pace mio Dio» dopo una prima parte non al meglio; Don Carlo (Vassallo) robusto ma poco raffinato, come del resto Don Alvaro (Farina), che nonostante alcuni spunti belli nel finale non ha retto completamente alla difficoltà del ruolo - l'aria ahimé l'ha dimostrato - oltre ad avere una dizione poco corretta; successo per Melitone (Praticò) e per il Padre Guardiano (Anastassov), Preziosilla (Elena Manistina) non entusiasmante. Una lode al coro e una preghiera al destino, che non si accanisca vieppiù sul già provato teatro genovese.