IL BACO CHE NON BUCA L’AMNISTIA

Su queste colonne, il Baco del millennio è quasi un ospite fisso, più che nelle mele. Diamo spazio volentieri alla trasmissione del mattino di Radiouno (tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 10,08 alle 11,35), perché è un antidoto alla radio fatta solo di cazzeggio che riempie le nostre mattine. Non sempre con i livelli di altissima qualità garantiti su Radio Deejay da Linus e Nicola Savino in Deejay chiama Italia. Trasmissione che, nella sua leggerezza, si è meritata lodi pesantissime, come la dignità di stampa delle tesi di laurea ad essa dedicate.
Per l’appunto, il Baco è un’altra cosa. E, anche solo per questo motivo, meritevole di pubblici e ripetuti elogi. Perché non abdica mai alla scelta di approfondire ciò di cui parla, scappando dai discorsi superficiali inseriti come un cuscinetto fra un disco e l’altro. Per di più, il lavoro preparatorio della redazione è molto serio e, quindi, è difficile parlare di aria fritta.
A volte, certo, giusto per trovare un baco anche nel Baco, un difetto c’è. Ed è un certo squilibrio nelle tesi portate avanti dagli ospiti e anche dagli autori. Si è visto, in particolare, nelle scorse settimane, quando il Baco ha scelto di dedicare un’intera serie di puntate, dal lunedì al venerdì, al problema delle carceri. Analizzato dalle prospettive più diverse. Alcune un po’ ardite: la puntata su «convivenza e multiculturalismo» visti da dietro le sbarre, ad esempio, ci è sembrata forzata. Ma, comunque, l’idea di parlare di carcere via etere e con serietà è comunque meritevole di un plauso. Perché, in qualche modo, il Baco ha scritto una nuova pagina sul rapporto fra il dentro e fuori, un po’ come la Piccola posta di Adriano Sofri.
Però. Però, la scelta di mandare in onda questa settimana di trasmissioni in concomitanza con il dibattito-farsa di Montecitorio sull’amnistia è sembrata un po’ troppo una scelta di campo. E la scelta di gran parte degli ospiti, spesso troppo permeati di un buonismo e di una retorica di fondo che non ha lasciato immune nemmeno la redazione, ha fatto il resto. Tanto che le telefonate di ex carcerati, spesso, hanno costituito un antidoto al clima troppo dolciastro con cui è stata costruita la trasmissione.
Eppure, nonostante tutto, nonostante gli errori, nonostante l’unidirezionalità che permeava la maggior parte degli interventi, occorre dare atto al Baco di aver costituito, come sempre, un’oasi di libertà: ha potuto parlare chi, come me, voleva andare contro la corrente maggioritaria di pensiero. E hanno potuto parlare gli ascoltatori che, in maggioranza, hanno bocciato la linea della trasmissione.
E questo è bellissimo: anche quando secondo noi sbaglia, questo Baco non si mangia mai la libertà degli altri.